True Detective I (Nic Pizzolatto, 2014)

Esistono diversi tipi di morte: in alcuni casi il corpo rimane, in altri svanisce insieme allo spirito.

Se cercate in rete, di articoli su True Detective ne trovate a milioni, analisi chilometriche più o meno pertinenti, focus sul minimo dettaglio all’apparenza (e anche in realtà) insignificante, giudizi che vanno dal CAPOLAVORO! alla fetecchia, il tutto a meno di una settimana dalla fine. Roba che uno che non l’ha visto resta perlomeno spiazzato, ne parlano tutti, si sa che McConaughey sfodera una prova da Oscar, che ci sono alcuni momenti zozzi che si posizionano molto in alto nella pur meritevole lista di momenti zozzi della HBO, c’è IL piano sequenza, ci sono Nietsche, Carcosa e il Re Giallo. Ma, alla fin fine, vale davvero la pena vederlo?

Se vi accontentate di un giudizio non-tecnico di un non addetto ai lavori che ha visto tutta la serie e che sarei io, posso dire che ci sono due punti dal quale non mi schiodo.

Primo: True Detective non è un capolavoro.

Secondo: True Detective è una serie bellissima, davvero, che potrebbe valere 8 ore della vostra vita.

Serie bellissima, che ha il suo punto forte nell’atmosfera che lo sceneggiatore Nic Pizzolatto, il regista Cary Fukunaga e i due protagonisti Woody Harrelson e Matthew McConaughey sono riusciti a creare. Una Louisiana allucinante e deprimente, tra campi sconfinati, una religione invadente e squallidi giochi di potere. Con quel terribile accento da redneck a fare da sottofondo, assieme a una colonna sonora che raccoglie blues, country e rock. La storia viene dopo, anche dopo il rapporto che si crea tra i due detective Rust Cohle e Marty Hart, totalmente diversi tra loro eppure con un destino comune, dopo le derive filosofiche condite da allucinazioni del primo e i problemi familiari conditi dalle scene acchiappa-abbonamenti HBO del secondo.

La storia, i delitti efferati compiuti da un gruppo di individui nel 1995 e il tentativo di Rust e Marty di catturare i colpevoli, fanno quasi da sfondo; i primi episodi, di una lentezza sfacciata e coraggiosa, sono tutti dedicati ai personaggi ed è una scelta, può piacere e può non piacere. La trama che si mette da parte e poi esplode e poi si rimette da parte a me è piaciuta, ma mi è piaciuto di più assistere alla crescita dei personaggi e all’evolversi del loro rapporto, in uno scenario sconfortante, tra scuole cristiane nate perché “è intollerabile che l’unico punto di vista sia quello insegnato dalla scuola pubblica” e chiese ambulanti, tra riti disgustosi e infanzie rovinate. In luoghi del genere, rappresentanti in questo modo, nel grande nulla, non c’è possibilità di lieto fine, si è destinati a ripetere i propri errori ancora e ancora, d’altronde: “il tempo è un cerchio piatto”, ma guai a pensare che valga solo per la Louisiana del 1995.

Poi ci sono le congetture e le teorie, quelle che cercano di spiegare tutto, dal quale preferisco stare alla larga. Ci sono dei momenti di grande sapienza tecnica, soprattutto di Fukunaga, davvero eccezionali, perché perfettamente calati dal contesto. Ci sono, infine, le citazioni letterarie, il Re Giallo di Lovecraft che richiama Carcosa, luogo-non luogo di un racconto del 1891 di Ambrose Bierce, che lessi un po’ di tempo fa e che avevo addirittura dimenticato, prima di riascoltare il nome in questa serie. Quel racconto iniziava con le frasi che aprono questo post e continua così:

Talora lo spirito muore insieme al corpo, ma dopo un certo tempo risorge nuovamente in quel luogo in cui il corpo si è putrefatto.

Sì, è vero, il tempo è un cerchio piatto e siamo destinati a ripetere i nostri errori, all’infinito.

 

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