Un funerale ad episodio (ovvero: io e Six Feet Under)

Disclaimer: Lo so che di solito da qui non passa nessuno e nessuno commenta, ma, nell’eccezionale caso, pregherei di evitare spoiler, se proprio fosse davvero necessario avvisate in modo eclatante.

La prima volta che sentii parlare di Six Feet Under era nell’ormai lontano 2004, quando Italia 1 iniziò a trasmettere questa serie ad orari decisamente nottambuli. Io avevo quasi sedici anni e un discreto quanto monotono odio per il mondo, una serie così particolare e disconnessa col senso comune era semplicemente quello che cercavo. Solo che (quasi) nessuno tratta male i telefilm come la Mediaset, pause esagerate tra una stagione e l’altra, orari di messa in onda assurdi (probabilmente l’obiettivo era togliere spettatori al buon Ghezzi di Fuori Orario) finché, a un certo punto, si scordano di mandare in onda le due serie finali.

Piccolo passo avanti: è più o meno il 2009, Mediaset riesce a terminare la messa in onda della serie, nel frattempo sono una persona meglio inserita nella società e soprattutto ho scoperto la potenza del fansub, condizione necessaria per decidere di partire col recupero completo in lingua originale. E mai scelta fu più azzeccata, Six Feet Under è una serie meravigliosa, e in originale lo è ancora di più

Per chi non conoscesse la trama generale: Nathaniel Fisher è il titolare di una funeral house. Nathaniel Fisher muore all’inizio del primo episodio. Da qui in poi la serie ci mostra come prosegue la vita dei figli e della moglie, si iniziano a sviluppare questi personaggi magnifici che, nonostante possano sembrare all’inizio degli stereotipi ultra utilizzati nelle serie tv (la figlia ribelle e il figlio segretamente gay, per esempio), cambiano, provano, falliscono, crescono. Uno dei punti di forza di Six Feet Under è il modo incredibilmente naturale in cui evolvono i personaggi, questa serie ha il ritmo della vita reale eppure queste storie semplici e comuni si fondono incredibilmente con dialoghi coi morti, visioni allucinate, sogni ad occhi aperti oltre a toccare una serie infinita di temi “pesanti”, senza mai sfociare nel melodramma o in trucchi strappalacrime.

Il creatore della serie è Alan Ball, già famoso per la sceneggiatura di American Beauty (a proposito, nella quarta stagione, potreste ritrovare qualcuno di familiare…), la serie è prodotta dall’onnipresente HBO. Probabilmente, la fusione di questi due elementi ha permesso alla serie di non avere cali vistosi durante tutte le cinque stagioni, la fine è stata decisa da Ball nonostante gli ascolti ancora alti ma è il modo in cui si fondono tutte le cose che è semplicemente assurdo, può sembrare che non accada nulla per episodi interi, in realtà tutto quello che si vede contribuisce a un percorso di crescita che porterà i personaggi al magnifico finale.

Oltre a Ball, gran parte del merito va anche a tutti gli altri sceneggiatori, oltre naturalmente a tutto il cast principale che tira fuori interpretazioni di livello altissimo (che ci crediate o no, Michael C Hall verrà ricordato più per David Fisher che per Dexter Morgan).

Six Feet Under è una serie particolare, all’inizio il ritmo è dettato dal morto di inizio puntata, dalle scopate, dalle droghe, poi si inizia ad entrare in contatto con i personaggi, fino a vederli davvero come conoscenti. Ci fa vedere quanto poco perfette siano le nostre vite, quante volte capita di dire una cosa bellissima ma nel momento meno opportuno e di come bisogna fare i conti con la morte, tutti i giorni. Eppure poche serie come questa riescono a dare un tale messaggio di vita, la morte c’è, è ineluttabile, l’unica cosa da fare è continuare a provare, a sbagliare, a crescere. Non credo esistano serie tv o film che aiutino a vivere, almeno non è questo l’obiettivo di Six Feet Under, ma è comunque una serie che ti prepara alla vita, ed è già qualcosa.