Pagelloni 2012 – Letture

Fine anno. Per tutti i blog è periodo di  elenchi, liste, classifiche e dato che mi piace parecchio elencare e scrivere post lunghi non aspettavo altro. Il primo pagellone (e forse anche l’unico) riguarda i libri, non è una classifica dei migliori del 2012, ma di quelli che ho letto nel 2012, quindi ci trovate di tutto, da best-seller recenti a saggi vecchi un paio di secoli.

In totale ho letto diciassette libri (più uno attualmente in lettura) abbastanza variegati come genere e periodo storico, per la maggior parte classici, qualche delusione e qualche sorpresa. Mi rendo conto che avrebbe avuto più senso una classifica dei migliori usciti negli ultimi dodici mesi, ma ne leggo davvero pochi nuovi (come già detto per i dischi, non è snobismo) e mi divertiva raccogliere un insieme così disomogeneo, non si tratta assolutamente di ostentazione. Per alcuni avevo già scritto dei post (che è possibile leggere cliccando sui titoli) più o meno riusciti, altri avrebbero meritato la stessa attenzione ma, per i motivi più disparati, non l’ho fatto. In fin dei conti, questo è (anche) una specie di risarcimento.

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I quarantanove racconti (Ernest Hemingway, 1938)

Leggendo i quarantanove racconti ti rendi conto che Hemingway è uno scrittore immenso, un vero maestro, e lo capisci da due-tre cosette.

La prima è che rende interessanti cose che detesti o che, semplicemente, ti annoiano a morte, come la caccia, la pesca, le corride; non le sopporti eppure sei lì a leggere di questa gente che spara ai leoni, pesca trote e ammazza tori e non riesci a interrompere la lettura.

La seconda è lo stile. Tutti parlano dello stile di Hemingway, della sua prosa essenziale e asciutta e leggendo questi racconti ti accorgi che scrivere in quel modo è un miracolo, che non è possibile utilizzare frasi così brevi e usare solo il punto per interi passi senza trasformare il racconto in un telegramma, sembra una cosa totalmente assurda eppure lui ci riesce.

La terza sono i dialoghi, i celeberrimi dialoghi di Hemingway, quei botta e risposta da lasciare a bocca aperta, quegli scambi degni della miglior finale di Wimbledon, quelle conversazioni che fanno diventare i personaggi così vivi che ti viene voglia di ripetere a chiunque ti passi vicino quelle frasi, per vedere se la reazione è la stessa, se veramente funziona così nella vita reale.

Quindi ti innamori di questi personaggi, di Francis Macomber, che per un brevissimo periodo (troppo breve) è stato felice, del cameriere che trova un senso alle cose del mondo nel locale in cui lavora perché è “un posto pulito, illuminato bene”, del torero che non accetta di non essere più quello di una volta e del pugile che invece lo sa benissimo e scommette “cinquanta bigliettoni” sulla sua sconfitta, di Nick Adams, alter ego di Hemingway che si mette a nudo e racconta episodi della sua vita (soprattutto il rapporto col padre), e non è un caso che l’ultimo racconto sia “Padri e figli”, in cui Nick, ormai diventato padre a sua volta si sente chiedere dal figlio “Perché non andiamo a visitare la tomba del nonno?”.

Hemingway è un grandissimo scrittore, uno dei migliori per quanto riguarda lo scrivere breve, talmente bravo che lo metterei allo stesso livello dei sommi Borges e Poe; ma io non faccio testo, quindi prendete questo libro per quello che è, una raccolta di racconti, alcuni brevissimi, scritti in un modo particolare e i cui personaggi sono tutto tranne che eroi, e iniziate a leggere, potreste aver trovato una miniera d’oro.

“Avevo sempre saputo, si capisce, che era una corsa truccata.”

“George Gardner è un gran fantino, come no” disse “Ci voleva proprio un gran fantino per impedire a quello Kzar di di vincere.”

Avevo sempre saputo, si capisce, che era una corsa truccata.

Ma sentirlo dire così, dal mio vecchio, fu un colpo terribile, per me, da cui non mi ripresi nemmeno quando affissero i numeri al tabellone e suonò la campana per avvertire gli scommettitori e vedemmo che Kircubbin pagava sessantasette e cinquanta a dieci. Tutt’intorno la gente diceva “Povero Kzar! Povero Kzar!”

E io pensavo: Vorrei essere un fantino, e vorrei averlo potuto montare io invece di quel figlio di puttana.

Ed era strano pensare a George Gardner come a un figlio di puttana, perché mi era sempre stato simpatico e per giunta ci aveva dato il vincente, ma a conti fatti credo proprio che lo sia, sissignori, un figlio di puttana.

Ernest Hemingway, “Il mio vecchio”