Pagelloni 2012 – Letture

Fine anno. Per tutti i blog è periodo di  elenchi, liste, classifiche e dato che mi piace parecchio elencare e scrivere post lunghi non aspettavo altro. Il primo pagellone (e forse anche l’unico) riguarda i libri, non è una classifica dei migliori del 2012, ma di quelli che ho letto nel 2012, quindi ci trovate di tutto, da best-seller recenti a saggi vecchi un paio di secoli.

In totale ho letto diciassette libri (più uno attualmente in lettura) abbastanza variegati come genere e periodo storico, per la maggior parte classici, qualche delusione e qualche sorpresa. Mi rendo conto che avrebbe avuto più senso una classifica dei migliori usciti negli ultimi dodici mesi, ma ne leggo davvero pochi nuovi (come già detto per i dischi, non è snobismo) e mi divertiva raccogliere un insieme così disomogeneo, non si tratta assolutamente di ostentazione. Per alcuni avevo già scritto dei post (che è possibile leggere cliccando sui titoli) più o meno riusciti, altri avrebbero meritato la stessa attenzione ma, per i motivi più disparati, non l’ho fatto. In fin dei conti, questo è (anche) una specie di risarcimento.

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7 scene in cui il nazifascismo viene preso a pesci in faccia

Mimimmo

Sono tornati i professionisti del “si stava meglio quando si stava peggio”, gli irriducibili (spesso ventenni) del “quando c’era lui”, seguito dal sospirone nostalgico (ripeto, ventenni), i fedelissimi di “almeno i treni arrivavano in orario”. Insomma, il fascismo (neo-fascismo, nuova Destra, terza via, tutte stronzate: è sempre il solito vecchio orribile fascismo. Punto) sta raccogliendo consensi tra giovani e giovanissimi che postano foto del mascellone su Facebook, vogliono bruciare gli zingari, dicono che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani e che quando c’era lui i treni arrivavano in orario (ché alla fine sempre lì si va a finire, l’unica cosa certa del ventennio è che i treni erano puntuali e questo faceva di noi un grande paese e bilanciava l’omicidio Matteotti, le leggi razziali e il suicidio bellico della seconda guerra mondiale).

Per contrastare questa deriva di estrema destra l’unica soluzione possibile è la presa in giro tramite l’arte e le risate, soprattutto le risate. Quindi ecco una selezione di scene di film e serie tv che riducono il nazifascismo a quello che realmente è: un errore della Storia (con molti colpevoli) che non dovrebbe ripetersi più e che merita il massimo sberleffo. Valgono le solite regole per i visitatori con la coda di paglia: militanti di Forza Nuova, Casapound e giovani fascistelli, quello che segue non vi piacerà ma, per usare un vostro classico, “Me ne frego!”. Si comincia!

La prima scena è tratta da Fascisti su Marte, film diretto da Corrado Guzzanti e Igor Skofic, nato da alcuni sketch che prendevano in giro l’imperialismo italiano del ventennio, ché voi non lo sapete ma l’Italia è arrivata su Marte decenni prima degli ammerigani, alla faccia loro!

La scena in questione racconta l’atterraggio dell’intrepido equipaggio e di un piccolo problema non previsto. Sì, insomma, appena arrivati sul pianeta rosso, le camicie nere si rendono conto che non c’è ossigeno, ma risolvono il problema in un modo esemplare: fanno finta che non esiste, insegnamento per generazioni di politici.

Con la seconda scena si rimane nel cinema italiano, stavolta la pellicola è I due marescialli (Sergio Corbucci, 1961) in cui Totò trova il pretesto buono per prendere a pernacchie (letteralmente!) un ufficiale nazista e un gerarca fascista che non brillano per acume.

Il fascismo è considerato (male) anche all’estero, nel bellissimo Porco Rosso (di cui ho scritto un po’ di tempo fa e che si DEVE vedere) del Maestro Miyazaki, ambientato in Italia negli anni ’30, è presente una battuta che è una pietra miliare:

L’antifascismo in quattro parole.

Non si può citare il fascismo senza nominare Hitler e hai voglia a dire che Mussolini non voleva allearsi coi nazisti e che non ha responsabilità nelle deportazioni nei campi di concentramento, non si può dire prima di tutto perché si tratta di cazzate belle e buone, e poi perché nazismo e fascismo hanno molti tratti in comune, soprattutto il fatto di sentirsi superiori solo perché si è nati in un posto piuttosto che in un altro o perché si ha la pelle di un determinato colore, e la repressione delle idee e dei comportamenti non tollerati eliminando la libertà di espressione. La stessa merda, in pratica.

Dunque ecco una scena fortemente antifascista tratta da una serie tv di cui ormai sono dipendente. Si tratta di Doctor Who e nello specifico dello spettacolare Let’s Kill Hitler, ottavo episodio della sesta stagione della serie nuova in cui il Dottore, Amy, Rory e quella psicopatica di Mels si ritrovano nell’ufficio di Hitler proprio mentre qualcuno tenta di ucciderlo prima del previsto, il loro ingresso in scena salva il Fuhrer che decide comunque di sparare al suo assassino ma non fa i conti con Rory, che prima gli rifila un cazzotto degno del miglior Bud Spencer, poi gli dice di chiudere il becco e infine lo sbatte in uno sgabuzzino, dove rimarrà fino alla fine dell’episodio.

MOMENTO. PIU’. EPICO. DI. SEMPRE.

Sempre nello stesso episodio River Song risponde alla domanda che penso tutti si siano posti in un certo momento della propria vita: “Cosa farei se mi trovassi nella Berlino del 1938 con una pattuglia di SS di fronte e mi fossi appena rigenerato?” (n.d.b.: questa la capiscono solo i Whovian.)

Che domande! Direi queste parole:

Beh, stavo andando al bar mitzvah di uno zingaro gay handicappato, quando all’improvviso ho pensato, “Caspita,il Terzo Reich e’ proprio una schifezza. Credo che andrò ad uccidere il Fuhrer.”

Ed infatti:

MOMENTO. PIU’. EPICO. DI. SEMPRE. II.

Per finire due scene ENORMI tratte da film statunitensi.

La prima è l’ormai classica scena del massacro di nazisti nel cinema, tratta da Bastardi senza gloria, del Maestro (e sono due in un solo post) Quentin Tarantino.

Prima che comincino le lezioni di Storia: lo so che Hitler non è morto in un cinema ma quelli che criticano la non verosimiglianza di quella scena dovrebbero prima di tutto evitare di guardare film, dedicandosi solo ai documentari, e soprattutto non hanno colto l’immenso significato simbolico della scena: il nazismo, esempio pratico di quanto può essere crudele l’uomo e di quanto può essere simile ad una bestia, che viene sterminato in un cinema e grazie al cinema, luogo dell’arte e dell’intelligenza umana. Davvero non vi vengono i brividi? Forse vi conviene riprovare:

Infine, quella che è forse la scena di antifascismo più elementare e diretta di sempre, talmente diretta che non c’è manco bisogno di commento:

(E alla fine si sente anche l’inizio di Boom Boom di John Lee Hooker. ‘Sti cazzi!)

Le mie interpretazioni preferite di: The battle hymn of the Republic

Iniziamo col dire che questa canzone non la sopporto proprio, per almeno un paio di motivi.

Primo: è una canzone patriottica, ed io ho qualche problema col patriottismo che sfocia in nazionalismo, e in generale con gli inni che dicono che noi siamo i migliori, i più belli e i più buoni solo perché siamo nati nel nostro paese e che gli “altri” (a livello universale) sono peggio a prescindere.

Secondo: “Our God is marching on”. Gioco, partita, incontro; mi arrendo.

Detto ciò, il motivo di questo post è che per un po’ di tempo e per motivi che vanno al di là della mia comprensione mi ritrovavo sempre questa canzone tra i piedi, sempre. Mi bastava accendere la televisione e partiva questo insopportabile Glooory, Gloory, Halleluuuuujah!

Insomma, questo post è una vendetta, ho scelto le interpretazioni che mi hanno fatto ridere di più. Certo, non piaceranno ai soci dell’NRA o del Ku Klux Klan, ma credo che riuscirò a farmene una ragione .

Partiamo con una puntata dei Simpson. C’è una riunione (con bulli e secchioni) sulla casa dell’albero di Bart e prima di cominciare cantano una canzone:

Sì, è proprio lei, e in questo caso è diventata una feroce critica al sistema scolastico americano.

La seconda versione è presente in una puntata dei Jefferson, in questo caso è George Jefferson ad esibirsi in una versione molto più figa dell’originale, con tanto di “Aaaauh!” alla James Brown.

Molto meglio dell’originale.

La terza versione è seria ed è il motivo per cui penso che Johnny Cash sia un genio, perché riesce a farmi piacere questa canzone:

Niente da aggiungere.

L’ultima, e a mio avviso la migliore di sempre, nei secoli dei secoli, ed è quella cantata in un capolavoro che dovreste aver visto tutti, ma proprio tutti:

Semplicemente perfetto.

Notorious (Alfred Hitchcock, 1946)

 

La storia è semplice: Florida, 1946. Huberman viene condannato a 20 anni di carcere per aver collaborato col governo tedesco durante la seconda guerra mondiale, sua figlia Alicia (Ingrid Bergman) che non ha mai avuto relazioni col nazismo, decide di lasciare gli Stati Uniti.

Il giorno prima della partenza viene contattata dall’agente Devlin (Cary Grant) dell’FBI, l’uomo le propone di partecipare ad una missione del governo americano in Brasile, Alicia accetta.  Ah, dimenticavo un particolare fondamentale: la ragazza ha problemi con l’alcool, problemi talmente grossi che beve come un irlandese (senza essere irlandese) e poi, tutta sbronza, guida di notte. Il buon Devlin non sopporta questo difetto e glielo rinfaccia ad ogni bicchiere di whiskey.

La ramanzina sembra avere effetto, infatti in Brasile Alicia beve di meno anche se l’agente non crede che possa cambiare, del resto la stessa Alicia, dopo il primo incontro, gli aveva detto: “Il vostro cervello da poliziotto lavora sempre su preconcetti: un delinquente è sempre tale, chi è compromesso non può cambiare”.

A questo punto arriva il primo punto di svolta del film: Devlin, nonostante tutto, si innamora della ragazza in modo abbastanza scontato (vi ricordo che si tratta di Ingrid Bergman nel fiore degli anni),  si tratta del primo tassello del mosaico progettato da Hitchcock. Il secondo è la richiesta fatta dall’FBI alla ragazza: il suo lavoro consiste nel recuperare informazioni da un suo ex corteggiatore, Alexander Sebastian (Claude Rains), che ha rapporti molto stretti con alcune operazioni dei nazisti in Brasile, legate soprattutto a un materiale compromettente come l’uranio.
Il modo per ottenere queste informazioni, naturalmente, è lasciar credere a Sebastian che il suo amore sia ricambiato.

Uscito nel 1946 il film ha avuto una produzione travagliata, il primo produttore pensava che l’idea dell’uranio fosse una cosa totalmente improbabile (la sceneggiatura fu presentata nel 1944, mancava ancora un anno alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki) e, nonostante le rassicurazioni di Hitchcock (“l’uranio è solo un pretesto, si tratta di una storia d’amore”), il regista, gli attori e la sceneggiatura vennero “venduti in blocco” alla RKO. Addirittura Hitchock e lo sceneggiatore Ben Hecht vennero pedinati per anni dall’FBI in seguito a delle informazioni chieste ad uno scienziato americano sulle possibili dimensioni di una bomba atomica.

Nonostante questi problemi logistici il film è semplicemente perfetto e se, giustamente, non vi fidate di me, questa è l’opinione di Francois Truffaut: “Contiene poche scene ed è di una purezza magnifica”.

È il cinema che piaceva ad Hitchcock, quello in cui i dialoghi dovrebbero essere ridotti al minimo e la storia dovrebbe essere raccontata soltanto dalle immagini, ci sono delle sequenze bellissime e geniali (il passaggio della chiave, l’avvelenamento del caffè) in cui i dialoghi sono superflui, servono solo a mettere in mostra l’ipocrisia delle persone mentre tentano di rubare una chiave oppure di uccidere una spia.

Non ci sono scene inutili, vengono date allo spettatore tutte le informazioni necessarie per capire la storia e per simpatizzare con i personaggi, il meccanismo della suspence è studiato nei minimi dettagli, come il meccanismo di un orologio.

Dopo aver visto un po’ di film di Hitchcock credo di aver capito quale sia la vera grandezza del regista inglese: i suoi film sono di una semplicità assoluta, talmente semplici che anche un ignorantone come me li trova meravigliosi (la stessa semplicità che, per un certo periodo aveva reso sir Alfred un bersaglio della critica), ma contengono una cura ai dettagli che pochi registi hanno e che fanno impazzire i tecnici e gli addetti ai lavori.

In fin dei conti, credo che l’ingrediente fondamentale dei film di Hitchcock, quello che li rende dei capolavori, sia semplicemente l’amore per il Cinema, nient’altro.

Porco Rosso (Miyazaki Hayao, 1992)

Dalmazia, Grande Depressione. Marco Pagot è un ex pilota dell’aviazione militare italiana riciclatosi come cacciatore di taglie che, per qualche strana maledizione, ha le sembianze di un maiale.

Si guadagna da vivere impedendo le scorribande dei ”Pirati dell’aria” nell’Adriatico a bordo di un idrovolante di colore rosso, finché un giorno l’aereo viene gravemente danneggiato in uno scontro col pilota americano Donald Curtis, assoldato dai pirati per eliminarlo.
In seguito all’incidente decide di far riparare e potenziare l’idrovolante alla Piccolo SPA, ma qui lo accoglie una sorpresa: l’ingegnere a capo del progetto che farà tornare in volo il Porco Rosso sarà Fio, una ragazza diciassettenne.

Ero a conoscenza della passione di Miyazaki per l’aviazione ma questo film, che è un vero tributo al volo e ai piloti, è comunque sorprendente, la tematica ecologista cara al regista giapponese è accantonata e la storia è abbastanza realistica, fatta eccezione per la maledizione che ha trasformato Marco in un maiale. Sotto l’aspetto cinematografico è, come al solito, splendido.

Chi pensa che il cinema di Miyazaki non sia “vero cinema” dovrebbe guardare almeno due scene di questo film, capaci di lasciare a bocca aperta e di commuovere: la prima è lo spettacolare primo volo dell’idrovolante da un canale, dopo il lavoro fatto dalle donne della Piccolo SPA.
La seconda è il racconto della battaglia in cui, forse, il pilota è diventato un maiale; si tratta di uno scontro della prima guerra mondiale tra aerei italiani e tedeschi, la fine sembra vicina ma all’improvviso Marco si ritrova a volare sopra una nuvola bianca e in cielo c’è una striscia sottile, avvicinandosi si rende conto che la striscia è formata da tutti gli aerei pilotati dagli aviatori morti durante la Grande Guerra, senza distinzione di nazionalità, mentre si avvicina al paradiso dei piloti riprende conoscenza e si ritrova vivo in mare.

Non manca una vena di satira, il film è ambientato, anche, in Italia, nel periodo del governo fascista a cui il regista giapponese riserva una battuta “definitiva” del Porco Rosso.

Il pilota si trova in un cinema con un suo vecchio amico, diventato maggiore della Regia Aeronautica, che lo informa del fatto che i fascisti sono sulle sue tracce e gli propone di ritornare nell’aviazione militare.

La risposta è da scolpire nel marmo per le generazioni future: “Piuttosto che diventare fascista, è meglio essere un maiale”