4 canzoni davvero tristi – Episodio 1

Il blues non serve a farti stare meglio, il blues serve a far star peggio chi ti ascolta.

Sono circa le nove di sera, sei a casa e sei appena tornato da poco dall’ufficio dopo una giornata di lavoro terribile e snervante. Per giunta è mercoledì, sei nel bel mezzo della settimana e non se ne vede la fine; tra qualche ora andrai a letto, ti addormenterai e un attimo dopo sarai sveglio per una nuova giornata di lavoro. Snervante. E terribile.

Tutto quello che una persona sana di mente dovrebbe fare, a questo punto, in questo momento della giornata, è rilassarsi, recuperare temporaneamente i nervi, magari ascoltando un po’ di musica. Bene, lo fai e metti su un disco, quello che stai ascoltando in quel periodo e del quale non riesci a fare a meno e che si chiama, per uno scherzo del destino o più ragionevolmente per puro caso, I Could Live in Hope.

I Could Live in Hope è un disco famoso fondamentalmente per un paio di motivi. Primo: è semplicemente meraviglioso. Secondo: è triste, tristissimo, tanto triste quanto bello. Allora recuperi un attimo di lucidità e comprendi il paradosso che si sta creando: il momento più atteso della giornata è una cura di tristezza. Eppure sei felice, sei felice di essere un po’ più triste. Continua a leggere

Moon pix (Cat Power, 1998)

It must be the colors
And the kids
That keep me alive
‘Cause the music is boring me to death

La musica, e l’arte in generale, per me, sono cose totalmente prive di logica, impossibili da inquadrare e sezionare in maniera scientifica. Ne sono convinto perché altrimenti non si spiega come mai continuo a sentire dischi tristi e tragici come lo sono, ad esempio, Closer dei Joy Division oppure I could live in hope dei Low ed ogni volta mi sento distrutto e felice al tempo stesso, non può essere semplice masochismo.
Un’altra cosa assurda dell’arte è che puoi lavorare tutta una vita per affinare le tue doti, esercitarti, studiare, provare e riprovare, ma con una sola opera puoi rivalutare un’intera carriera e un’intera esistenza.

Moon pix di Cat Power è una sintesi esemplare di questa illogicità.
È l’unico album che ho ascoltato di quest’artista eppure ora sono convinto che sia un genio, potrebbe aver fatto dei dischi orribili e inascoltabili ma non me frega niente, l’unica cosa che conta è la semplice esistenza di questo lavoro.

Ho capito che si tratta di qualcosa di immenso dopo solo un paio di ascolti (altra cosa assurda, di solito per comprendere appieno la grandezza di un disco ci metto tantissimo tempo), perché ha una tristezza intrinseca che solo i grandi artisti sanno trasformare in bellezza in maniera così diretta e semplice e, naturalmente, perché è meraviglioso, non ricordo una sequenza simile di pezzi killer in un solo album. In particolare Metal Heart è un vero colpo di genio, sembra una  canzone orecchiabile, una potenziale hit strappalacrime, ma poi ti accorgi che non ha ritornello, che le chitarre sono  leggermente dissonanti tra loro, che non è per niente orecchiabile.
Resti estasiato da tanta meraviglia e poi leggi che gran parte del disco è nata in questo modo: Chan Marshall (vero nome di Cat Power) si trova in una fattoria in South Carolina, è notte ed è sola. Si sveglia in seguito ad un incubo tremendo, allucinante; per distrarsi prende la chitarra, un registratore e comincia a suonare.
Il frutto di quell’improvvisazione saranno sei canzoni di questo incredibile disco.