MAUS (Art Spiegelman, 1991)

È il giorno della memoria. I social network sono pieni di citazioni sulla Shoah, la maggior parte contro la follia nazista, tratte da libri, film, musica, cultura. In quel periodo sto leggendo MAUS di Art Spiegelman, sono più o meno a metà, prima ancora dell’arrivo ad Auschwitz, ma so già che quel libro diventerà uno dei miei preferiti sull’argomento, in quel momento so già che è una delle cose più potenti mai scritte contro l’Olocausto.

Eppure ho qualche dubbio sull’effettiva efficacia di questa vera e propria opera d’arte contro la nuova deriva nazifascista, penso che in fin dei conti cambi poco o nulla. Voglio dire che questi neo-fascisti un po’ li conosco, leggo i loro deliri su Twitter e Facebook, le notizie sui giornali, le sparate dei politici lanciate per raccattare qualche voto da quel serbatoio, con qualcuno ho tentato di avere delle discussioni e sono giunto alla seguente conclusione: se ne fottono della Storia e della Cultura, è gente che legge il Mein Kampf come un manuale politico ed è convinta che il diario di Anna Frank sia un falso storico, in parole povere, sono convinti che Hitler sia stato un grande statista proprio perché ha tentato di uccidere tutti gli ebrei, i rom, gli omosessuali e i comunisti, per loro non è un errore, ma un merito. Con questi personaggi c’è poco da fare, l’unico modo per ridimensionarli è la presa in giro.

Poi ci sono quelli che parlano per sentito dire, quelli che Mussolini è stato obbligato ad allearsi con Hitler, quelli che forse non è tutto vero quello che si dice sui lager, che gli ebrei in fondo sono una “razza” furba e hanno romanzato il tutto. A questi puoi provare a fargli leggere Se questo è un uomo o Madre Notte, ma il risultato sarà nullo, prima di tutto perché la maggior parte di loro è composta da persone che non leggeranno mai un libro (in fondo per dire certe cose devi aver perso qualche lezione di Storia e non aver mai cercato di recuperare) e poi perché la scampano sempre con “tutto falso, esagerato!”, senza possibilità di discussione, fascisti, appunto.

E allora mi convinco che MAUS è sì un grande libro, ma mentre io mi commuovo, e mi sento anche un po’ in colpa nel leggerlo, so che non cambierà di una virgola le idee di questi neo-imbecilli. Con questa convinzione continuo la lettura e arrivo alla seguente frase:

Guarda quanti libri sono stati scritti sull’Olocausto. A che pro? La gente non è cambiata… Forse ha bisogno di un altro Olocausto, più grande.

e mi rendo conto che MAUS è un libro ancora più grande di quello che pensavo poche vignette prima perché è vero che il protagonista è Vladek Spiegelman, il padre dell’autore, ebreo polacco uscito vivo da Auschwitz, è vero che “sanguina Storia” ma c’è anche Artie, il figlio che ha in cantiere un fumetto sul nazismo e i campi di concentramento e affronta questa impresa sapendo di essere un privilegiato.

Oltre la Storia, c’è il rapporto tra padre e figlio, un rapporto difficile, vivono entrambi negli Stati Uniti, Vladek ha una nuova compagna, dopo il suicidio della madre di Artie (anche lei sopravvissuta al lager), ma la odia e crede che stia con lui solo per spillargli denaro. Vladek è incredibilmente spilorcio, ma non sembra che questo sia dovuto soltanto all’esperienza nel campo di concentramento (“Tanta gente qui è stata in lager, ma nessuno è così tirchio”), ed è addirittura razzista verso i neri.

Artie, invece, sente il peso della vita del padre, il non poter mai essere migliore o bravo quanto lui, perché sopravvivere ad Auschwitz è un’impresa impossibile da eguagliare, è schiacciato anche dall’amore della madre, dal fratello Richieu morto bambino durante il nazismo, prima che lui nascesse. Per la prima parte del libro è solo un comprimario per le scene di vita quotidiana, nella seconda diventa un protagonista, rappresenta la generazione successiva, quella che non ha vissuto l’era di Hitler ma che ne sente ancora le conseguenze e, affiancate al dolore subito dai genitori, diventano un peso terribile da elaborare e gestire.

La vita da sopravvissuto di Vladek si affianca a quella durante il nazismo, la Storia è fedele, la serie di degradazioni subite dagli ebrei è impressionante, uno alla volta cadono tutti i diritti, uno dei momenti più scioccanti si ha quando un bambino polacco guarda Vladek, pensa sia un ebreo e scappa urlando “Aiuto, mamma! Un ebreo!”, ed è ancora più scioccante pensare che scene del genere se ne vedono ancora tante oggi, basta sostituire “ebreo” con “zingaro”.

Le critiche negative lette in giro mi sono sembrate tutte pretestuose o semplicemente stupide, tra le altre: “non si può utilizzare un fumetto per una tragedia simile”, “le persone rappresentate come animali sono un’offesa alle vittime”, “Vladek è l’ideale che avevano i tedeschi degli ebrei”, “i disegni sono brutti”. Sarà, ma l’arrivo di Anja e Vladek di fronte ai cancelli di Auschwitz e la descrizione delle camere a gas e dei forni crematori sono da brividi, il finale con le foto dei parenti morti nei lager e nel ghetto è commovente, con un film o un testo scritto non sarebbe stato possibile provocare le stesse emozioni.

Resto dell’idea che questo libro non cambierà le idee di chi crede che Mussolini sia stato un grande statista e Hitler un eroe, è lo stesso autore a dirlo, penso però che sia una delle cose più belle mai create, arte nel vero senso della parola, che gronda sangue e dolore; è impossibile restare indifferenti di fronte a certe tavole e a seconda della reazione ti rendi conto, davvero, da che parte stai, impossibile fingere.

 

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