Famous Blue Raincoat (Jennifer Warnes, 1987)

coverSarebbe interessante analizzare le dinamiche che portano un tizio qualsiasi a diventare un idolo, non per un gruppo o una generazione di persone, quanto per un singolo individuo, capire il modo in cui è stato scoperto un artista, un politico, uno sportivo che poi diventerà un punto di riferimento, non il migliore ma semplicemente il preferito, quello a cui vuoi bene per una serie di motivi che non sai spiegare bene manco tu ma che ti legano ad una persona che non hai mai visto in vita tua, che probabilmente non vedrai mai, ma alla quale sei affezionato. È più di una semplice ammirazione per le cose create e fatte, è una specie di empatia, in qualche modo ti senti affine e perdoni anche le cadute di stile e qualche stronzata, non ti senti solo nel mondo e questo in qualche modo ti basta, sei riconoscente.

Le persone che non conosco ma a cui voglio bene sono diverse, tra gli altri: Alfred Hitchcock, Sergio Leone, Kurt Vonnegut, Cesare Pavese, Leonard Cohen. Quest’ultimo è un caso che sarebbe divertente analizzare, come è possibile che un quasi venticinquenne del sud Italia, abbastanza sedentario, cresciuto con i Nirvana e i Marlene Kuntz di Catartica (ascoltati con vent’anni di ritardo), con idee politiche decisamente di sinistra, abbia come idolo un quasi ottantenne cantante folk, canadese, ebreo, giramondo e praticamente apolitico (ma nel senso più nobile del termine, al limite più di destra che di sinistra)?

 

 

La risposta non la conosco, conosco però il modo in cui ho scoperto questo eccezionale cantautore e il motivo per cui quando lo cito antepongo sempre la parola “sommo”. Ricordo che la prima canzone ascoltata di Cohen è stata probabilmente Hallelujah, ma nella versione celeberrima di Jeff Buckley, o al limite Joan Of Arc ma nella traduzione italiana di De André. Ero impressionato dal numero di citazioni e di omaggi di grandi artisti come Nick Cave, Tom Waits o lo stesso Faber, una sorta di riverenza verso un vecchio, fondamentale, maestro. Schiacciato da questa, a quanto pareva, ignobile mancanza decido di recuperare, partendo dall’inizio: Songs of Leonard Cohen.

Dall’ascolto di quel disco ne esco diverso, è un punto di non ritorno, penso che chiunque abbia ascoltato quell’album abbia poi avuto voglia di diventare un cantautore oppure un poeta. Scatta qualcosa e capisco che Cohen è il MIO maestro, ma non so perché, succede e basta. La conseguenza di questo è un ascolto ininterrotto del poeta canadese per mesi, quasi un anno e attualmente ho ascoltato nove album di studio e un live e una settimana fa decido di passare a un’altra categoria di dischi: gli album tributo.

E la scelta ricade su quello di Jennifer Warnes perché ha dato un contributo fondamentale alla mia passione per Cohen. La Warnes, infatti, oltre ad essere ultra famosa per canzoni, in verità piuttosto scadenti, tratte da film che penso non vedrò mai, è stata prima corista di Leonard Cohen a partire dagli anni ’70 (la prima apparizione in un disco del sommo è infatti in Live Songs, raccolta di brani eseguiti dal vivo in quel periodo), poi una sorta di seconda voce in brani semplicemente meravigliosi (Take This Waltz, If It Be Your Will) e infine addirittura co-autrice di una canzone chiamata Tower of Song.

Ma per me rappresenta soprattutto il complemento perfetto al poeta canadese, gli intrecci tra il rasoio arrugginito del Cohen degli anni ’80 e la delicatezza intrinseca della strepitosa voce di Jennifer sono una delle poche cose che rendono la vita degna di essere vissuta, successivamente Cohen si affiderà ad altri grandi voci come Julie Christensen e Sharon Robinson (altra corista poi diventata co-autrice, e di brani meravigliosi come Everybody Knows) ma Jennifer per me è diversa e infatti torna sempre (c’è anche in Old Ideas, uscito un anno fa), è anche questione di gusti, naturalmente, ma credo ci sia un rapporto speciale tra i due.

E questo rapporto risalta anche nella scaletta di questo disco che, nella versione originale uscita nel 1987, contiene sei brani pubblicati in precedenti album di Cohen, una canzone scritta dai due appositamente per questo disco e due pezzi (First We Take Manhattan e Ain’t No Cure for Love) di quella meraviglia chiamata I’m Your Man, solo che I’m Your Man uscirà l’anno successivo.

E il disco comincia proprio con First We Take Manhattan, che è molto diversa da quella pubblicata da Cohen, non c’è ancora lo strapotere dei sintetizzatori (ma c’è Stevie Ray Vaughn alla chitarra), manca qualche strofa e soprattutto il senso di claustrofobia e oppressione che traboccherà nella successiva versione (merito anche della voce di Cohen). È un bel pezzo, ma nettamente inferiore a quello presente in I’m Your Man.

Il brano successivo è un colpo al cuore, la classicissima e meravigliosa Bird on a Wire, ma cantata con spensieratezza e felicità (e con una coda strumentale in più rispetto all’originale). Sembrerebbe quasi blasfemia, all’inizio la botta è forte ma dopo qualche ascolto ti accorgi che ha senso, e comunque “I have tried, in my way, to be free” vince sempre, ovunque.

In una Famous Blue Raincoat più jazzata e ricca della scarna e minimalista versione originale (ma forse è proprio la semplicità a rendere indimenticabile quel pezzo), la bellissima voce di Jennifer inizia a prendere il sopravvento, ed è quello che mi aspettavo da questo disco: brani cantati migliaia di volte tra prove e concerti, un lavoro quotidiano per trovare le sfumature più adatte e la possibilità di sfruttare le proprie doti a piacimento. Si tratta di uno dei pezzi migliori del disco, forse il primo che ti fa dubitare su quale sia la versione migliore.

Joan of Arc è un duetto, come nei live del maestro, Cohen canta la parte del fuoco e la Warnes quella di Giovanna D’Arco. Il testo non viene toccato, nonostante si tratti di un album mainstream, i riferimenti bellissimi e crudeli a Giovanna che si sposa col fuoco sono intatti. Proprio riguardo i testi bisogna dire che le modifiche sono minime (per i brani nuovi probabilmente le altre strofe sono state aggiunte in seguito, per gli altri qualche modifica obbligatoria quando il “lui” diventa una “lei” e viceversa, anche se in Famous Blue Raincoat Jane rimane Jane – in una versione italiana, invece, i ruoli saranno invertiti) a parte A Singer Must Die, ma ci arrivo tra un attimo.

La successiva Ain’t No Cure for Love, altra versione “anticipata”, è anche in questo caso più debole di quella futura (anche se non eccessivamente) ma sembra un pezzo scritto apposta per la Warnes e in fin dei conti funziona.

Da questo momento in poi inizia la parte migliore dell’album, infatti dopo Ain’t No Cure For Love c’è una meraviglia sottovalutata della discografia di Cohen: Coming Back To You. Ed è un’interpretazione talmente meravigliosa di un brano eccezionale che avrei voluto pubblicarne un video per rendere partecipi i pochi visitatori di questo blog, ma su Youtube, purtroppo, non ce n’è. Un brano apparentemente leggero e spensierato, con una melodia bellissima, che forse parla d’amore, forse parla di religione ma proprio per questo è una tipica canzone alla Leonard Cohen. L’ascolterei all’infinito e credo che questa versione sia meglio dell’originale, Jennifer trova il modo (aiutata da una tecnica incredibile) per valorizzare ogni parola, semplicemente imbattibile.

Song of Bernardette è l’inedito scritto in coppia, niente di eccezionale, ma è una canzone piacevole, preclude una A Singer Must Die eseguita solo da cantanti. Come risultato è più oscura dell’originale, molto bella, ma manca la strofa più dura del brano e anche se avranno tentato di adattare “Their knee in your balls and their fist in your face” ormai erano già passati “La bellezza delle nostre armi”, tutta Joan of Arc e “il bambino nato morto” di Bird on a Wire…

Chiude il lavoro Came So Far for Beauty che esalta di nuovo la voce di Jennifer, una chiusura perfetta per un disco che per me non è un capolavoro ma deve passare sui miei pregiudizi sul pop anni ’80, paradossalmente un fan di Cohen può trovarlo più indigesto di un novizio anche se i pezzi non sono quasi mai stravolti e le modifiche sono fatte con criterio, con qualche idea davvero interessante (l’esecuzione a cappella di A Singer Must Die).

Qualche anno fa è uscita una versione speciale con quattro nuovi brani: Ballad of the Runaway Horse, Night Comes On, If It Be Your Will, che è sempre una meraviglia, e una versione live di Joan of Arc.

Consigliato a tutti quelli che amano Cohen, anche se bisogna prenderlo per quello che è, un disco pop, o potrebbe essere una delusione davvero cocente, e soprattutto a coloro che non lo conoscono, perché si lascia ascoltare con piacere e ti fa scoprire una decina di pezzi bellissimi e, soprattutto, la splendida voce di Jennifer Warnes, nelle belle canzoni, fa sempre bene al cuore.

 

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