Doctor Who 7×13 – The Name of the Doctor (Steven Moffat, 2013)

Sconvolgente. Uno dei pre-sigla più belli e accattivanti che ricordi, di quelli che ti lasciano a bocca aperta per minuti, che potresti vedere all’infinito senza stancarti mai e poi finisce che lo fai per davvero. L’inizio di un episodio che aveva un compito mica da poco: risolvere il mistero della stagione, introdurre lo special del cinquantenario di novembre, portare il Dottore nell’unico luogo in cui un viaggiatore del tempo non dovrebbe mai e poi mai andare, ovvero la sua tomba, ovvero Trenzelore. E quando dici Trenzelore pensi al finale della scorsa stagione, alla Domanda, alla caduta dell’Undicesimo, al Silenzio, al titolo dell’episodio. Verrà svelato il nome del Dottore? Verrà fatto il grande passo che renderà inutile il titolo della serie? Moffat è impazzito e vuole far chiudere lo show e rischiare la vita? Le risposte ci sono, ma prima di parlarne meglio mettere un bel avviso di SPOILER.

La risposta a tutte le domande è NO, ed era anche abbastanza scontata. Un titolo, soprattutto quando si parla di Moffat, non deve essere mai preso alla lettera, l’episodio parla del nome del Dottore, ma non viene nominato, o meglio viene fatto ma senza che quasi nessuno possa ascoltarlo, in maniera elegante e profondamente logica.

Il Dottore è costretto ad andare a Trenzelore, Strax, Jenny e Vastra sono stati rapiti dalla Grande Intelligenza e portati lì. Quando il Dottore lo viene a sapere sa che, per una volta, è lui a dover pagare un debito, deve andare nel luogo della sua sepoltura, incrociare la sua linea temporale “nel più plateale dei modi”. Naturalmente lo fa con Clara, che lo ha informato dell’accaduto, ma sul pianeta c’è anche River Song, questo fantastico personaggio, causa ed effetto di uno dei più meravigliosi e geniali paradossi temporali mai creati, forse l’invenzione migliore di Moffat. Ed è una River mai vista prima d’ora, è il rimasuglio rimasto come copia di backup nella Biblioteca, al termine del primo incontro del Dottore con la sua già futura moglie. Lei può vedere tutto, Clara può vedere lei, ma il Dottore non può vederla.

Ed è lei a pronunciare il nome. La Grande Intelligenza ha architettato questo piano perché ha bisogno di entrare nella tomba del Dottore (che, naturalmente, è una TARDIS, una TARDIS enorme, che soffre di “fuoriuscita della grandezza”) e la chiave per accedere è il nome. River lo pronuncia o forse no, nessuno lo sente, ma è normale, dopotutto è sempre the child of the TARDIS. Una volta all’interno è tutto chiaro, la tomba non contiene il corpo del Dottore, “i corpi sono noiosi”, la tomba contiene tutto il suo continuum spaziotemporale, una cicatrice aperta su tutto quello che ha fatto il Signore del Tempo, da Gallifrey a Trenzelore. Il piano della Grande Intelligenza è semplice, vuole vendicarsi del Dottore e cosa c’è di meglio dell’entrare nel suo flusso temporale e trasformare ogni vittoria in una sconfitta?

Trenzelore è decisamente un posticino accogliente.

È a questo punto che l’invenzione di Moffat prende forma, si capisce come mai copie di Clara sono sparse nel tempo e nello spazio, come mai la sua versione attuale non sappia niente di tutto questo, viene svelato il mistero della ragazza impossibile. Lei sa cosa deve fare, i rigurgiti spaziotemporali della TARDIS le fanno ricordare la sfuriata del Dottore in Journey at the center of the TARDIS (“Eri nel manicomio Dalek e sei morta! Eri nella Londra vittoriana e sei morta! Cosa sei, una trappola?”), capisce cosa è successo e cosa deve succedere. E lo capiamo anche noi, è il momento in cui ti viene un sorriso imbecille in faccia e un brivido lungo la schiena, è la soluzione all’enigma della ragazza impossibile ed è pulita, limpida, non inficia il rapporto futuro tra Dottore e companion, semplicemente perfetta.

Ma non è finita qui, una volta entrata nel flusso Clara è destinata a distruggersi in mille pezzi, l’unico che può salvarla è il Dottore, costretto a collassare su sé stesso, ma prima di farlo deve salutare per un’ultima volta River che in realtà quel vecchio marpione di Gallifrey ha sempre potuto vedere. La fine è semplice, così circolare e simmetrica col primo incontro, forse Alex Kingston ritornerà ancora ma anche se così non fosse questo finale è quello che meritava questo magnifico personaggio, logico e giusto con quello che è stato fatto.

E infine, all’interno del proprio continuum, una volta salvata Clara, il Dottore vede il suo più grande segreto, colui che ha rotto la promessa fatta in passato, quando ha scelto di chiamarsi Dottore. John Hurt as The Doctor, cliffhangerone, attesa per il cinquantenario. Gioco, partita, incontro.

Finale di stagione perfetto per una stagione semplicemente eccezionale, partita con i peggiori auspici per la struttura abbastanza limitante: prima parte, pausa, special di Natale, pausa, seconda parte. Una stagione più compatta di quello che si sarebbe potuto pensare prima di questo finale, tutto legato in maniera sublime e semplice, e soprattutto tante bellissime storie, di tutti i generi. E gli omaggi al passato della serie, con la citazione a tutti i Dottori in questo episodio, fatta senza invadere la trama.

Una stagione con tanti temi, alcuni accennati, altri esplorati a fondo: il rapporto genitori-figli, la perdita, la disaffezione ai fatti dell’Universo, la difficoltà dell’avere fiducia nelle persone. Si è riso, si è pianto, ci sono stati episodi bellissimi ed altri brutti, come capita sempre in New Who, ma quello che rimane è che ogni storia è stata diversissima dalla precedente e da tutte le altre, all the time and space, come si addice a questa serie.

 

 

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