Doctor Who 50th Anniversary Special – The Day of the Doctor (Steven Moffat, 2013)

Non sprecare altro tempo a discutere su cosa sia un buon uomo. Sii un buon uomo.

Questo è un commento senza spoiler, le uniche cose che riguardano la trama sono informazioni risapute da tempo. Non ci sono spoiler perché questi 76 minuti non sono semplicemente un divertissement spazio-temporale citazionista, ma rappresentano la degna chiusura di un cerchio aperto sette stagioni prima, il compimento di una crescita durata un centinaio di episodi e risolta in un modo epico eppure racchiuso tutto nella citazione iniziale di Marco Aurelio. L’idea di questi post è di invogliare la gente a vedere questa serie e ora più che mai c’è un ottimo motivo per il quale mollare tutto e recuperare Doctor Who in toto, arrivare alla fine di questo speciale e capire che in certi casi, in certi particolari momenti, l’unica cosa davvero importante è essere un buon uomo. Niente di più.

Delle grandi aspettative si sapeva, primo speciale multi-dottore dal 1983 (se si esclude il mini-episodio Time Crash, dello stesso Moffat), il ritorno di Tennant, il ritorno di Billie Piper, la presenza di John Hurt nel ruolo non meglio identificato del Dottore che ha rinnegato la promessa. Ancora: gli Zygons, rispescati dalla serie classica, Elisabetta I, i Dalek e, soprattutto, l’ultima Grande Guerra del Tempo, gli eventi intercorsi tra le audio-avventure dell’Ottavo Dottore e il memorabile Rose del 2005, la fine dei Signori del Tempo, la grande colpa che pesa sulle spalle del Dottore.

Il punto è che, per circa 55 minuti, c’è tutto quello che ti aspetteresti da un episodio del genere, c’è il divertimento e la tragedia, i richiami che si riavvolgono su se stessi, i giochi temporali di Moffat. Fila tutto abbastanza liscio e poi, poi semplicemente accade qualcosa di meraviglioso. Qualcosa che vale la pena vedere dopo aver recuperato almeno tutta la serie nuova, dal già nominato Rose a The Night of the Doctor, il prequel di questo speciale che chiude idealmente la serie classica e crea un collegamento col futuro che sarà.

Accade che alla fine è tutto naturale nella sua eccezionalità, che basta vedere le cose in un modo diverso per capire meglio, che quello che vediamo è solo una piccola parte della storia e che pensandoci bene, l’idea di uno speciale del sessantenario non è così remota. Accade che questo speciale e il suo prequel mettono ordine e fanno chiarezza in una serie che ha fatto della discontinuity e della leggerezza il suo marchio di fabbrica, danno consistenza a tutto quello che è stato. Accade, insomma, che questo special è proprio bello e sprizza poesia whovian da tutti i pori.

Un’ambientazione già vista prima, circa cinquant’anni fa.

Mi piace pensare che in questo lavoro ci sia anche lo zampino di Davies, lo sceneggiatore capo delle prime quattro stagioni e fautore del ritorno di Doctor Who, e meritano di essere ringraziati tutti quelli (dottori e companion) che hanno dato la loro disponibilità una volta chiamati in causa e coloro che hanno accettato di farsi da parte (a questo proposito, obbligatorio guardare The Five(ish) Doctor Reboot). Moffat fa il Moffat all’ennesima potenza, sceglie la strada difficile, verrà maledetto da mezzo fandom e adorato dall’altra metà; secondo me questo è uno dei suoi massimi capolavori, se non sapete di cosa si tratti e volete farvi un’idea non resta altro da fare che procurarvi quell’episodio del 2005 con quell’antipatico di Cristopher Eccleston e arrivare fin qui, sarà un percorso leggermente accidentato, ma se avete voglia di tornare bambini per 45 minuti (a volte qualcuno in più, a volte qualcuno in meno) ne varrà davvero la pena.

 

 

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