Doctor Who 2×04 – The Girl in the Fireplace (Steven Moffat, 2006)

Avete presente le ossessioni? Quelle cose a cui non puoi fare a meno di pensare, che iniziano a diventare il tuo unico argomento di discussione e che dopo qualche settimana iniziano a diventare un ossessione anche per gli altri, parenti, amici, conoscenti, che ti ascoltano mentre ne parli e non ne possono più di sentirti dire sempre le stesse cose? Ossessione positiva, naturalmente, che implica il non nuocere ad altre persone se non stressandole pesantemente parlando sempre e solo dello stesso maledetto argomento.

Ecco, da quasi un anno a questa parte la mia ossessione è diventata questa serie inglese di “fantascienza” (con le virgolette, perché uno come Neil Gaiman non sarebbe totalmente d’accordo con questa definizione, e chi sono io per smentire Gaiman?) che si appresta a festeggiare i 50 anni dal primo episodio, quella il cui cast cambia totalmente più o meno ogni 4-5 anni, fatta eccezione per l’unico personaggio rimasto uguale, almeno all’esterno, ovvero quella meravigliosa e magica cabina blu che viaggia nel tempo e nello spazio.

La mia ossessione, per ora, mi ha permesso di: vedere tutto della serie nuova, cominciare il recupero della serie classica cercando di seguire un rigoroso quanto assurdo ordine cronologico, rivedere puntante già viste con criteri decisamente casuali. Capita così di ritrovare un episodio della seconda stagione della nuova serie e notare che non è invecchiato per niente, che è rimasto sempre lo stesso bellissimo episodio come la prima volta che l’hai visto.

La puntata in questione, come da titolo del post, è The Girl in the Fireplace scritto dallo sceneggiatore più amato e al contempo odiato (anche dalle stesse persone) del pianeta, ovvero Steven Moffat che ora è showrunner ma all’epoca scriveva un solo episodio a stagione e quell’episodio era puntualmente il migliore. Sempre.

Ma The Girl in the Fireplace ha un’altra particolarità: è un episodio piuttosto trascurato, quando si citano i migliori di Moffat, forse perché si trova tra il primo, magico, The Empty Child e la meraviglia delle meraviglie Blink, forse perché è della seconda stagione, quella del (quasi) addio a Rose, forse perché è ambientato anche in Francia e ci sono personaggi francesi; non lo conosco il motivo, resta il fatto che secondo me è meno acclamato di quanto meriti.

Eppure è un gioiello più unico che raro, una storia in cui ognuno cerca di fare il suo dovere ma proprio per questo crea casini e dolore, in cui ci si rende conto che si può anche avere una macchina del tempo ed essere quasi immortale ma basta un attimo, una finestra rotta, e resti bloccato per sempre “sulla strada lenta”, in cui è chiaro che le cose sfuggono di mano in un momento e alla fine resti da solo, sia che ti trovi nella Francia del 1700 o in un astronave del 50° secolo.

La storia è bellissima, ci sono le solite ossessioni temporali di Moffat (e un tema, quello dell’attesa, ripreso poi con Amy, “The Girl Who Waited”), stavolta sotto forma di finestre temporali sulla vita di una ragazza. Il Dottore (interpretato da David Tennant, nel ruolo del Decimo), Rose Tyler e Mickey Smith si ritrovano su una stazione spaziale ridotta ad un rottame, ma dalla quale sono stati aperti dei passaggi per la Francia pre-rivoluzione e, nello specifico, per alcuni momenti della vita di Reinette Poisson, più famosa ai posteri come Madame de Pompadour. L’equipaggio “robotico” della nave fa quello per cui è programmato, effettuare la manutenzione, e per farlo recupera i pezzi dall’equipaggio umano. L’unico pezzo mancante è il cervello e l’unico compatibile è proprio quello della favorita di Luigi XV, nell’età di 37 anni.

Il finale non è un happy ending, quando tutto sembra risolversi per il meglio ecco una connessione temporale lasca che ti fa arrivare troppo tardi all’appuntamento e non puoi fare niente, neanche se hai una macchina del tempo, perché le leggi temporali sono quello che sono e leggendo l’ultima lettera di Reinette hai creato uno di quei maledetti e odiosi punti fissi nel tempo.

Alla fine resta in sospeso solo il motivo per il quale l’equipaggio di una stazione spaziale dell’anno 5000 avesse bisogno proprio del cervello di una cortigiana del 18° secolo, ma a Moffat, che in Doctor Who non è mai stato così essenziale, delicato e intimista, e probabilmente non lo sarà mai più, basta solo un’ultima, bellissima, scena senza parole, sottolineata da uno struggente carillon, per dare un senso a questo ultimo mistero.

 

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