Born to Die (Lana Del Rey, 2012)

Ascolto pochissima musica recente e quando lo faccio è con colpevole ritardo. Per dire, ho ascoltato per la prima volta Funeral degli Arcade Fire l’anno scorso, quasi obbligato dalle lodi sperticate che sentivo in giro e che alludevano ad un presunto capolavoro, quindi ho messo da parte la mia celeberrima ritrosia ad ascoltare qualsiasi cosa per la quale non siano passati almeno vent’anni dall’uscita nei negozi, ho ascoltato Funeral degli Arcade Fire e mi sono reso conto che lo è davvero un capolavoro, un fottuto capolavoro. Ma questa, come direbbe quello vestito di nero circondato dalle sagome di assassini e gente morta ammazzata nei modi peggiori, è un’altra storia, che merita un post a parte.

Se ne parla in un altro post, perché questo riguarda un evento ancora più epocale, esprimo la mia opinione su un disco uscito addirittura QUEST’ANNO.

Tendo a specificare che il fatto che non ascolti musica “nuova” non è dovuto a snobismo o cose del genere, dipende unicamente dal fatto che ci sono dischi epocali e bellissimi che non ho ancora ascoltato e, quando mi capita di trovarli, vanno in loop per mesi e mesi. Per farvi rendere conto: quando ho scoperto il sommo Leonard Cohen ho ascoltato solo e soltanto i suoi album per più di un anno con tutte le conseguenze del caso.

Chiusa questa parentesi, vi spiego per quale serie di concause ho messo nel lettore il giovanissimo Born to Die dell’altrettanto giovane Lana Del Rey.

In realtà la causa è una sola e si chiama Video Games. Sentendo parlare incessantemente di questa cantante, delle sue esibizioni altalenanti e del meraviglioso brano Video Games, me lo sono andato a cercare sul tubo il brano in questione e, come nel caso degli Arcade Fire, il web aveva ancora una volta ragione, quello che stavo ascoltando era un brano bellissimo, semplicemente perfetto, mi sono innamorato subito di quella voce lamentevole e distaccata, di quella melodia semplice e triste.

Ma dato che ho avuto già molte delusioni, prima di fare il grande passo (che sarebbe ascoltare il disco) volevo delle conferme e ho cercato altro. Ho trovato questa incredibile interpretazione acustica di un altro brano, che poi ha dato il nome all’album, ed è stato un’altro colpo fortissimo, non ho avuto più remore ed ho deciso di procurarmi l’album e di ascoltarlo.

Dico subito che l’esordio-nonesordio di Elizabeth Grant AKA Lana Del Rey non è un capolavoro oppure un disco perfetto, ma mi piace. Mi piace parecchio ed è ancora più incredibile se penso che si tratta di un lavoro sfacciatamente pop, comprese le voci campionate, le parti rappate e l’abbondanza di suoni e rumorini che di solito creano solo confusione. Il fatto è che queste cose sono fatte bene, non sembrano fuori posto e non si scade quasi mai nella cafonaggine. Il merito è sicuramente di una produzione coi controcazzi, ma la base (e per base intendo le melodie, una certa tristezza di fondo di tutto il lavoro, la voce languida e distante) è della ragazza ed è davvero una bella base.

I primi cinque brani sono davvero molto belli e curati (i due singoloni Born to Die e Blue Jeans, il miracolo Video Games e due brani, Off to the Races e Diet Mountain Drew, che sembrano sempre meglio ad ogni ascolto), dopo la qualità scende un po’, ma fatico a trovare canzoni inascoltabili (solo National Anthem, che dopo svariati ascolti non sono ancora riuscito a digerire, e credo che non lo farò mai), e si tratta di un genere che di solito trovo completamente indigesto.

Prima della fine del disco resta spazio per altri due colpi di genio: Carmen, malinconica e con un certo non so che di asiatico, e l’eccezionale Million Dollar Man, pezzo bellissimo per melodia, interpretazione, produzione, tutto! Secondo me se la gioca con Video Games come brano migliore del disco, è uno  di quei pezzi che ascolteresti all’infinito e che non ti stancano mai.

Alla fine, tirando le somme, mi rendo conto che ci sono almeno sette traccie di alto livello su dodici e che almeno due di queste hanno una tale intensità che la gran parte degli artisti (non solo pop e non solo a partire da un certo numero di copie vendute) non riesce a tirar fuori in una carriera e allora penso che, anche se si tratta di una grandissima quanto geniale operazione commerciale, me ne frega il giusto perché questo è un bel disco, capace di emozionare davvero, vi serve altro?

I quarantanove racconti (Ernest Hemingway, 1938)

Leggendo i quarantanove racconti ti rendi conto che Hemingway è uno scrittore immenso, un vero maestro, e lo capisci da due-tre cosette.

La prima è che rende interessanti cose che detesti o che, semplicemente, ti annoiano a morte, come la caccia, la pesca, le corride; non le sopporti eppure sei lì a leggere di questa gente che spara ai leoni, pesca trote e ammazza tori e non riesci a interrompere la lettura.

La seconda è lo stile. Tutti parlano dello stile di Hemingway, della sua prosa essenziale e asciutta e leggendo questi racconti ti accorgi che scrivere in quel modo è un miracolo, che non è possibile utilizzare frasi così brevi e usare solo il punto per interi passi senza trasformare il racconto in un telegramma, sembra una cosa totalmente assurda eppure lui ci riesce.

La terza sono i dialoghi, i celeberrimi dialoghi di Hemingway, quei botta e risposta da lasciare a bocca aperta, quegli scambi degni della miglior finale di Wimbledon, quelle conversazioni che fanno diventare i personaggi così vivi che ti viene voglia di ripetere a chiunque ti passi vicino quelle frasi, per vedere se la reazione è la stessa, se veramente funziona così nella vita reale.

Quindi ti innamori di questi personaggi, di Francis Macomber, che per un brevissimo periodo (troppo breve) è stato felice, del cameriere che trova un senso alle cose del mondo nel locale in cui lavora perché è “un posto pulito, illuminato bene”, del torero che non accetta di non essere più quello di una volta e del pugile che invece lo sa benissimo e scommette “cinquanta bigliettoni” sulla sua sconfitta, di Nick Adams, alter ego di Hemingway che si mette a nudo e racconta episodi della sua vita (soprattutto il rapporto col padre), e non è un caso che l’ultimo racconto sia “Padri e figli”, in cui Nick, ormai diventato padre a sua volta si sente chiedere dal figlio “Perché non andiamo a visitare la tomba del nonno?”.

Hemingway è un grandissimo scrittore, uno dei migliori per quanto riguarda lo scrivere breve, talmente bravo che lo metterei allo stesso livello dei sommi Borges e Poe; ma io non faccio testo, quindi prendete questo libro per quello che è, una raccolta di racconti, alcuni brevissimi, scritti in un modo particolare e i cui personaggi sono tutto tranne che eroi, e iniziate a leggere, potreste aver trovato una miniera d’oro.

I could live in hope (Low, 1994)

Un disco meraviglioso, uno di quelli che vengono definiti capolavori, semplicemente perfetto. E tristissimo, tanto bello quanto triste, di una tristezza sincera che non lascia scampo e ti mette faccia a faccia col dolore, senza possibilità di fuga.

Lo capisci già dalla prima traccia, la bellissima e avvolgente “Words” e, se la successiva “Fear” stempera un po’ la tensione, col terzo brano del disco ti rendi conto di essere entrato in una spirale di desolazione, in un vortice dal quale sarà impossibile uscire uguali a come si era entrati, perché questo è un disco che ti segna.

E allora ti lasci cullare da queste ninna nanne mortali, da questi brani spogli (basso elettrico, chitarra ed una batteria ai minimi termini gli unici strumenti utilizzati, oltre alle due voci), caratterizzati da testi minimalisti e da una lentezza inverosimile. Resti meravigliato dalla purezza di queste undici canzoni, dall’affiatamento dei tre musicisti e ti domandi come è possibile che nessuno abbia mai fatto una cosa simile prima d’ora. Ti rendi conto che questa è semplicemente la musica del silenzio, di quando sei triste e sei solo, e pensi.

Indicare i pezzi migliori è impossibile, le canzoni sono quasi tutte sullo stesso, altissimo livello. Tutte tranne Lullaby che è una cosa che semplicemente non si può spiegare, quasi dieci minuti, la maggior parte strumentali, di tristezza, con la voce di Mimi Parker nella prima parte e la chitarra di Alan Sparhawk nella seconda che spezzano il cuore.

L’ultimo brano, “Sunshine”, è un vero colpo di genio, è una cover di una canzone famosissima che non nomino, perché rovinerebbe l’ascolto a tutti quelli che non hanno ancora sentito questo disco, tanto è un colpo di scena.

I Low con questo disco d’esordio hanno posto i confini della musica rock un po’ più in là, aggiunto un nuovo limite alla desolazione nella musica leggera e, particolare non trascurabile, ci hanno regalato undici canzoni semplicemente stupende.

 

Perché sempre lui?

Sono interista, ho visto almeno il 90% delle partite degli ultimi 10 anni e, di riflesso, quasi tutte le partite di Balotelli in nerazzurro dopo il suo esordio in serie A. Insomma, credo di avere abbastanza elementi per poter giudicare il calciatore dentro ed anche al di fuori del campo di gioco.

Il mio giudizio è abbastanza chiaro: Balotelli è un grandissimo giocatore, talentuosissimo, che nella fase iniziale della sua carriera ha pagato una combo terrificante per la stampa sportiva italiana: nero + interista + testa di cazzo.

Non poteva certamente avere vita facile, ed infatti non l’ha avuta, si è arrivati al punto di giustificare insulti razzisti (uno su tutti: “Non ci sono negri italiani”) col fatto che il ragazzo ha un carattere particolare, risponde e, insomma, alla fine se li cerca gli ululati e gli slogan neo-fascisti.

La cosa è andata avanti così per tutto il periodo in cui ha giocato in serie A, e non nascondo che alcuni tra i momenti più esaltanti vissuti da tifoso siano state alcune risposte di Mario ai subumani che di volta in volta l’hanno insultato. Tra tutte il mostrare lo scudetto ai tifosi juventini nel loro stadio dopo uno dei suoi innumerevoli gol contro quella squadra là, l’offesa suprema.

Con Balotelli ci siamo divertiti tantissimo, ma ci ha fatto anche incazzare parecchio e, dopo una serie incredibile di cazzate orchestrate da personaggi poco raccomandabili (culminate nella semifinale di andata contro il Barca, nella più bella partita dell’Inter che io abbia mai visto), le strade si sono dovute gioco forza separare, sarebbe stato impossibile, per lui, giocare ancora nell’Inter.

Una volta al City ho creduto che non sarebbe più stato tartassato dalla stampa e da tutto l’ambiente calcistico italiano, pensavo che sarebbe diventato il simbolo della nuova nazionale, dato l’abbandono della maglia nerazzurra; era ancora nero ed era ancora un gran rompicoglioni, ma almeno non giocava più con l’unica squadra che viene criticata a prescindere nell’ambiente dello sport italiano.

Ora, invece, dai giornali leggo che c’è un solo colpevole per questa deludente (finora) spedizione azzurra. La colpa è tutta di Balotelli che quando tira dovrebbe passare la palla e quando la passa dovrebbe tirare, sicuramente non è di Chiellini che salta fuori tempo lasciando l’attaccante avversario libero di segnare, né di Prandelli che fa giocare Giaccherini da terzino nonostante sia attaccante e non sappia fare (giustamente, direi) una diagonale difensiva. Balotelli è il cattivo esempio, mentre Buffon che scommette un milione e mezzo di euro in nove mesi e giustifica le combine di fine campionato (ed è anche fascista) è il capitano della nazionale, e Cassano è un simpaticone che può tranquillamente offendere gli omosessuali.

Pochi dicono che Balotelli è uno dei pochi giocatori che può fare la differenza, che ha vinto uno scudetto praticamente da solo a 18 anni, quando la maggior parte dei suoi compagni se la faceva sotto, che è stato decisivo di nuovo nella vittoria della Premier League del City dopo 40 e passa anni. Che, a quasi 22 anni, ha un palmares che quasi tutti i suoi compagni di nazionale si sognano. Viene fatto passare per un giocatore qualsiasi che non ha dimostrato niente e che fa solo casino.

Dopo tutto questo e dopo la partita di ieri, ho deciso di tifare per l’improbabile Grecia, potrei cambiare idea solo in un caso: gol di Balotelli (magari entrato a partita in corso) decisivo per la qualificazione, festeggiato con la sua solita strafottenza.

Moon pix (Cat Power, 1998)

It must be the colors
And the kids
That keep me alive
‘Cause the music is boring me to death

La musica, e l’arte in generale, per me, sono cose totalmente prive di logica, impossibili da inquadrare e sezionare in maniera scientifica. Ne sono convinto perché altrimenti non si spiega come mai continuo a sentire dischi tristi e tragici come lo sono, ad esempio, Closer dei Joy Division oppure I could live in hope dei Low ed ogni volta mi sento distrutto e felice al tempo stesso, non può essere semplice masochismo.
Un’altra cosa assurda dell’arte è che puoi lavorare tutta una vita per affinare le tue doti, esercitarti, studiare, provare e riprovare, ma con una sola opera puoi rivalutare un’intera carriera e un’intera esistenza.

Moon pix di Cat Power è una sintesi esemplare di questa illogicità.
È l’unico album che ho ascoltato di quest’artista eppure ora sono convinto che sia un genio, potrebbe aver fatto dei dischi orribili e inascoltabili ma non me frega niente, l’unica cosa che conta è la semplice esistenza di questo lavoro.

Ho capito che si tratta di qualcosa di immenso dopo solo un paio di ascolti (altra cosa assurda, di solito per comprendere appieno la grandezza di un disco ci metto tantissimo tempo), perché ha una tristezza intrinseca che solo i grandi artisti sanno trasformare in bellezza in maniera così diretta e semplice e, naturalmente, perché è meraviglioso, non ricordo una sequenza simile di pezzi killer in un solo album. In particolare Metal Heart è un vero colpo di genio, sembra una  canzone orecchiabile, una potenziale hit strappalacrime, ma poi ti accorgi che non ha ritornello, che le chitarre sono  leggermente dissonanti tra loro, che non è per niente orecchiabile.
Resti estasiato da tanta meraviglia e poi leggi che gran parte del disco è nata in questo modo: Chan Marshall (vero nome di Cat Power) si trova in una fattoria in South Carolina, è notte ed è sola. Si sveglia in seguito ad un incubo tremendo, allucinante; per distrarsi prende la chitarra, un registratore e comincia a suonare.
Il frutto di quell’improvvisazione saranno sei canzoni di questo incredibile disco.

I pasticci della Chiesa e le responsabilità dei fedeli.

Non sono credente. Non credo all’esistenza di Dio e di qualsiasi entità antropomorfa che crea delle regole e in base alla tua capacità di rispettarle decide se sei buono o cattivo, e nel secondo caso ti punisce anche.  Non credo al creazionismo e ai miracoli, ho frequentato una facoltà scientifica, non sopporto i pro-life, una volta ho votato Rifondazione Comunista ed offendo ripetutamente il Papa e la religione che mi sembra una cosa totalmente campata in aria.

Quindi, tutto questo scandalo sul “corvo” del Papa e sullo IOR non mi sorprende per niente e potrei chiudere quest’articolo con un semplice “ve l’avevo detto”.

Ma non sono così ingenuo da non riuscire a separare l’aspetto spirituale della religione da quello aziendale, capisco che molte persone riescano a trovare speranza e conforto in qualcosa che forse non esiste.

Quello che davvero non capisco è come miliardi di credenti possano giustificare la presenza della Chiesa cattolica, un impero economico basato su credenze e falsità, che davvero ha poco a che fare con l’idea originaria del Cristianesimo.

Un’organizzazione religiosa che ha una banca (!) che non rispetta le norme anti-riciclaggio, che percepisce tantissimi fondi da persone che manco lo sanno (8  per mille, sto parlando di te), che di fatto (tramite i medici obiettori di coscienza) nega alle donne la possibilità di abortire, impedisce di usare metodi contraccettivi (facendo aumentare a dismisura i casi di AIDS e gli stessi aborti), invia una circolare ai parroci che li informa del fatto che non sono obbligati a denunciare episodi di pedofilia e nel caso in cui il pedofilo sia lo stesso parroco, invece di assicurarlo alla giustizia, lo trasferisce in un’altra parrocchia tra fedeli ignari di tutto.

Cari fedeli, secondo voi il fatto che il maggiordomo del Papa trafugasse documenti segreti è davvero qualcosa di così sconvolgente? Non si sa da sempre che da un certo punto in poi la gestione della Chiesa è peggio di quella dei partiti, che ci sono giochi di potere tra cardinali e che lo Spirito Santo, durante il conclave, non sempre ci azzecca? Davvero pensate che questa azienda planetaria, a cui il povero Gesù non aveva mai accennato e che ha utilizzato un falso storico per acquisire territori e potere sulle persone, abbia come unico scopo quello di guidare le povere pecorelle sperdute al pascolo del Signore? Avete mai pensato ai danni collaterali che avete causato sostenendo la Chiesa a prescindere?

Dovreste pensarci, perché è in base all’enorme consenso planetario su scelte discutibili che questo impero si mantiene e continua a influenzare la politica italiana. Questa cosa, poi,  la trovo molto fastidiosa, il fatto che questo baraccone, il cui capo è un sovrano assoluto, uno dei pochi rimasti dai tempi della rivoluzione francese, possa influenzare la politica di un paese laico e democratico,  mi fa davvero incazzare.

Dovreste rendervi conto che la religione è, in fin dei conti, è un fatto personale e, a mio avviso, non serve un’organizzazione mondiale che vi dica come pregare, dove farlo e, già che c’è, impone delle regole assurde, tratte dall’interpretazione di un libro scritto migliaia di anni fa, non solo ai suoi fedeli, ma anche a persone che con la religione non vogliono avere niente a che fare.

Crossing the red sea with the Adverts (The Adverts, 1978)

Se fossi un critico musicale vi ammorberei elencando tutta la discendenza rock, a partire da Robert Johnson, passando per gli Who e gli Stones, soffermandomi sugli Stooges solo per utilizzare uno dei più brutti (e inutili) termini che la storia della critica ricordi (se non l’avete intuito è proto-punk), per poi concludere questo esercizio puramente onanistico con Clash e Sex Pistols.

Per vostra fortuna (e anche di quella della stampa specializzata), non sono un critico musicale, quindi salto tutta la parte noiosa e vi dico direttamente perché dovreste ascoltare questo disco.

Come avrete intuito si parla di punk che, per dirla in parole povere, è quella musica grezza e incazzata che si suonava a Londra nel ’77, nel senso che si suonava solo lì (che se ti spostavi a Manchester era pop-punk) e solo in quell’anno (al massimo l’anno dopo), che nel ’79 era già diventata new-wave e prima era quella parola che mi rifiuto di scrivere.

Dato che il disco è stato pubblicato nel 1978 e i The Adverts sono stati a Londra, può essere definito punk.

A parte i requisiti storico-geografici può essere definito punk perché è davvero punk, nel senso dello spirito che pervade il disco e se non avete mai percepito quello spirito o non sapete di cosa diavolo stia parlando, dovete inserire questo disco nel lettore e premere play.

La prima traccia è un manifesto, lo scontro tra artista e pubblico (“Immagino cosa risponderemo quando ci direte: <<Non ci piacete, andate via!>>”), il furore e l’essenzialità.

È un confine, se non fa per te butti il disco dalla finestra e non ascolterai mai più nulla del genere in vita tua, se ne resti colpito hai colto l’essenza di questa musica ed il resto è conseguente, sono 12 canzoni punk, la maggior parte capolavori e avverti il miracolo che si è creato in quest’opera: il massimo dell’emozione col minimo della tecnica.

È un flusso senza tregua di schitarrate essenziali e rumorose, in alcuni casi solo semplici sequenze di accordi, con gli assoli ridotti al minimo, ma sempre efficaci, di percussioni opprimenti, di un basso capace di giri avvolgenti e di rintocchi scurissimi, quasi dark, di una voce senza guizzi tecnici ma terribilmente sincera, di testi semplici e diretti che parlano di una generazione senza punti di riferimento, e non solo quella dei ventenni nel ’77.

La prima lezione che si impara da questo disco è che la bellezza può essere scovata anche nella rabbia e non c’è bisogno di assurdi tecnicismi per estrarla e mostrarla al mondo.

La seconda lezione è che, con mezzi così limitati, un capolavoro del genere, un misto talmente sincero e denso di rabbia e immediatezza, ti riesce una volta sola.

Alla fine del disco noti che rispetto ai primi dischi punk ha una compattezza e una cura diversi, ma alla fine non ti interessa poi tanto il confronto con altri artisti e generi, quello che conta è che un disco totalmente viscerale, che non lascia indifferenti, come solo i capolavori della musica sanno essere, e farlo con così poca tecnica è davvero commovente.

Perché mi sta sul cazzo Beppe Grillo.

In queste ore di tensione e sconforto, dovute ad uno dei più vili attentati della storia
d’Italia (che pure è piena di attentati e vigliaccate), vorrei esprimere qualche opinione su
Beppe Grillo.

Grillo è ritornato prepotentemente sulla scena pubblica qualche anno fa, dopo anni di esilio dalla televisione e quindi da tutto, per molto tempo non si è visto praticamente più. Poi è successo che si è diffusa una cosa chiamata web 2.0 fatta di blog e social network, tramite i quali chiunque può scrivere quello che pensa, pubblicarlo e farlo leggere potenzialmente a tutto il mondo; Grillo ha aperto un blog e ha cominciato a parlare di cose di cui (quasi) nessuno parlava, o perlomeno non lo faceva utilizzando un mezzo così potente: le fonti rinnovabili, i privilegi della “casta”, le discariche abusive etc.

Per un po’ di tempo è stato una sorta di Robin Hood, un vendicatore che smascherava il malaffare e lo rendeva pubblico, e in questo modo ha contribuito in maniera determinante al fenomeno dell’antipolitica visto che la gente, parecchia gente, lo seguiva e partecipava alle sue battaglie. All’inizio anch’io pensavo fosse mosso soprattutto da senso civico e amore per il paese, poi ho capito la tattica del comico che in realtà è tanto semplice quanto pericolosa: Grillo non fa che sparare nel mucchio, sparare fortissimo. Lancia una serie di provocazioni di vario genere in base agli umori del popolo, e generalizza il più possibile.

Ci sono parecchi parlamentari che rubano e vanno in pensione a 35 anni? Bisogna azzerare tutta la classe politica.

Alcuni giornali usufruiscono in modo abbastanza anomalo del finanziamento pubblico? Eliminare il finanziamento pubblico per tutti i giornali.

Un rom ruba o violenta una ragazza? Far fuori tutti i rom.

E’ un ragionamento che cattura le masse (in fin dei conti, sempre animali siamo), che sfrutta gli istinti più bassi dell’uomo per scopi personali e penso che sia una cosa totalmente sbagliata.

L’ultima (anzi, a questo punto direi la penultima) sparata è stata ancora più terribile delle precedenti, per criticare il governo ed Equitalia è arrivato ad affermare a Palermo, nell’anniversario di uno dei più cruenti attentati di mafia, che “la mafia non ha mai strangolato nessuno, si limita a chiedere il pizzo” e oggi, senza nessun senso del ridicolo, invece di chiedere scusa (a proposito, ha mai chiesto scusa a qualcuno, Grillo?) alle vittime passate, presenti e future spara ancora una volta nel mucchio e pubblica un post in cui fa intendere che si tratta di un assassinio di Stato, atto a sviare l’attenzione della gente dai problemi economici e dai limiti del governo tecnico, e tutto questo alla vigilia delle prime elezioni amministrative in cui un candidato del suo partito (“suo” nel senso che lo gestisce in modo autoritario, molto autoritario) potrebbe diventare sindaco.

Secondo voi, sarebbe un bene affidare il paese ad un cialtrone simile, totalmente privo di senso democratico, che evita come la peste i confronti e si sente a suo agio solo se può pontificare da un palco al di sopra di una folla affamata, come i peggiori populisti?

Che utilizza senza vergogna il simbolo di V for Vendetta (fossi Alan Moore lo denuncerei) quando la sua idea di politica è completamente diversa dell’utopia descritta in quel capolavoro?

Che ha criticato tantissimo Berlusconi ma che alla fine dei conti utilizza le sue stesse tecniche per ottenere consenso?

A 24 anni penso di potermi vantare di pochissime cose, una di queste è non aver mai votato PD, PDL e movimento cinque stelle e penso che sarò in grado di dire la stessa cosa sul letto di morte, continuerò a dare il mio minuscolo contribuito non votando grillini e forconi vari e vorrei che lo facessero tante altre persone,  ma soprattutto vorrei che i partiti veri facciano in modo di farsi votare, recuperando credibilità e prospettive politiche  invece di consegnare l’Italia in mano a questi esaltati, sarebbe un errore imperdonabile.

V for Vendetta (Alan Moore – David Lloyd, 1982 – 1985)

Una delle cose più incredibili che abbia mai letto e visto, una storia che contiene tante altre storie e parla di molti argomenti.

Innanzitutto è la storia di un’utopia, del sogno anarchico di V, deciso a distruggere l’ordine imposto dal partito fascista, per permettere la creazione di un ordine volontario, senza padroni.

È la storia di Evey Hammond, sedicenne orfana salvata da V e da lui istruita e iniziata all’anarchia.

È la somma di tante altre storie, di persone intrappolate nella prigione di uno stato totalitario, alcune se ne nutrono e lo alimentano, altre riusciranno a fuggirne.

I due personaggi principali sono eccezionali, il loro rapporto è uno dei punti di forza del fumetto, tanto è flemmatico, paziente e lucido V quanto è nervosa e frenetica Evey.

Il risultato finale è una graphic novel che ha pochi momenti di stanca, in cui ogni frase, ogni sequenza, ogni vignetta sembra essere definitiva, racconta di come è facile perdere la libertà e di come sia difficile (se non impossibile) riprendersela, racconta la crescita di una persona, della necessità di imparare prima di agire, del fatto che “Giustizia nulla significa senza Libertà”.