Le mie interpretazioni preferite di: The battle hymn of the Republic

Iniziamo col dire che questa canzone non la sopporto proprio, per almeno un paio di motivi.

Primo: è una canzone patriottica, ed io ho qualche problema col patriottismo che sfocia in nazionalismo, e in generale con gli inni che dicono che noi siamo i migliori, i più belli e i più buoni solo perché siamo nati nel nostro paese e che gli “altri” (a livello universale) sono peggio a prescindere.

Secondo: “Our God is marching on”. Gioco, partita, incontro; mi arrendo.

Detto ciò, il motivo di questo post è che per un po’ di tempo e per motivi che vanno al di là della mia comprensione mi ritrovavo sempre questa canzone tra i piedi, sempre. Mi bastava accendere la televisione e partiva questo insopportabile Glooory, Gloory, Halleluuuuujah!

Insomma, questo post è una vendetta, ho scelto le interpretazioni che mi hanno fatto ridere di più. Certo, non piaceranno ai soci dell’NRA o del Ku Klux Klan, ma credo che riuscirò a farmene una ragione .

Partiamo con una puntata dei Simpson. C’è una riunione (con bulli e secchioni) sulla casa dell’albero di Bart e prima di cominciare cantano una canzone:

Sì, è proprio lei, e in questo caso è diventata una feroce critica al sistema scolastico americano.

La seconda versione è presente in una puntata dei Jefferson, in questo caso è George Jefferson ad esibirsi in una versione molto più figa dell’originale, con tanto di “Aaaauh!” alla James Brown.

Molto meglio dell’originale.

La terza versione è seria ed è il motivo per cui penso che Johnny Cash sia un genio, perché riesce a farmi piacere questa canzone:

Niente da aggiungere.

L’ultima, e a mio avviso la migliore di sempre, nei secoli dei secoli, ed è quella cantata in un capolavoro che dovreste aver visto tutti, ma proprio tutti:

Semplicemente perfetto.

Moon pix (Cat Power, 1998)

It must be the colors
And the kids
That keep me alive
‘Cause the music is boring me to death

La musica, e l’arte in generale, per me, sono cose totalmente prive di logica, impossibili da inquadrare e sezionare in maniera scientifica. Ne sono convinto perché altrimenti non si spiega come mai continuo a sentire dischi tristi e tragici come lo sono, ad esempio, Closer dei Joy Division oppure I could live in hope dei Low ed ogni volta mi sento distrutto e felice al tempo stesso, non può essere semplice masochismo.
Un’altra cosa assurda dell’arte è che puoi lavorare tutta una vita per affinare le tue doti, esercitarti, studiare, provare e riprovare, ma con una sola opera puoi rivalutare un’intera carriera e un’intera esistenza.

Moon pix di Cat Power è una sintesi esemplare di questa illogicità.
È l’unico album che ho ascoltato di quest’artista eppure ora sono convinto che sia un genio, potrebbe aver fatto dei dischi orribili e inascoltabili ma non me frega niente, l’unica cosa che conta è la semplice esistenza di questo lavoro.

Ho capito che si tratta di qualcosa di immenso dopo solo un paio di ascolti (altra cosa assurda, di solito per comprendere appieno la grandezza di un disco ci metto tantissimo tempo), perché ha una tristezza intrinseca che solo i grandi artisti sanno trasformare in bellezza in maniera così diretta e semplice e, naturalmente, perché è meraviglioso, non ricordo una sequenza simile di pezzi killer in un solo album. In particolare Metal Heart è un vero colpo di genio, sembra una  canzone orecchiabile, una potenziale hit strappalacrime, ma poi ti accorgi che non ha ritornello, che le chitarre sono  leggermente dissonanti tra loro, che non è per niente orecchiabile.
Resti estasiato da tanta meraviglia e poi leggi che gran parte del disco è nata in questo modo: Chan Marshall (vero nome di Cat Power) si trova in una fattoria in South Carolina, è notte ed è sola. Si sveglia in seguito ad un incubo tremendo, allucinante; per distrarsi prende la chitarra, un registratore e comincia a suonare.
Il frutto di quell’improvvisazione saranno sei canzoni di questo incredibile disco.

Crossing the red sea with the Adverts (The Adverts, 1978)

Se fossi un critico musicale vi ammorberei elencando tutta la discendenza rock, a partire da Robert Johnson, passando per gli Who e gli Stones, soffermandomi sugli Stooges solo per utilizzare uno dei più brutti (e inutili) termini che la storia della critica ricordi (se non l’avete intuito è proto-punk), per poi concludere questo esercizio puramente onanistico con Clash e Sex Pistols.

Per vostra fortuna (e anche di quella della stampa specializzata), non sono un critico musicale, quindi salto tutta la parte noiosa e vi dico direttamente perché dovreste ascoltare questo disco.

Come avrete intuito si parla di punk che, per dirla in parole povere, è quella musica grezza e incazzata che si suonava a Londra nel ’77, nel senso che si suonava solo lì (che se ti spostavi a Manchester era pop-punk) e solo in quell’anno (al massimo l’anno dopo), che nel ’79 era già diventata new-wave e prima era quella parola che mi rifiuto di scrivere.

Dato che il disco è stato pubblicato nel 1978 e i The Adverts sono stati a Londra, può essere definito punk.

A parte i requisiti storico-geografici può essere definito punk perché è davvero punk, nel senso dello spirito che pervade il disco e se non avete mai percepito quello spirito o non sapete di cosa diavolo stia parlando, dovete inserire questo disco nel lettore e premere play.

La prima traccia è un manifesto, lo scontro tra artista e pubblico (“Immagino cosa risponderemo quando ci direte: <<Non ci piacete, andate via!>>”), il furore e l’essenzialità.

È un confine, se non fa per te butti il disco dalla finestra e non ascolterai mai più nulla del genere in vita tua, se ne resti colpito hai colto l’essenza di questa musica ed il resto è conseguente, sono 12 canzoni punk, la maggior parte capolavori e avverti il miracolo che si è creato in quest’opera: il massimo dell’emozione col minimo della tecnica.

È un flusso senza tregua di schitarrate essenziali e rumorose, in alcuni casi solo semplici sequenze di accordi, con gli assoli ridotti al minimo, ma sempre efficaci, di percussioni opprimenti, di un basso capace di giri avvolgenti e di rintocchi scurissimi, quasi dark, di una voce senza guizzi tecnici ma terribilmente sincera, di testi semplici e diretti che parlano di una generazione senza punti di riferimento, e non solo quella dei ventenni nel ’77.

La prima lezione che si impara da questo disco è che la bellezza può essere scovata anche nella rabbia e non c’è bisogno di assurdi tecnicismi per estrarla e mostrarla al mondo.

La seconda lezione è che, con mezzi così limitati, un capolavoro del genere, un misto talmente sincero e denso di rabbia e immediatezza, ti riesce una volta sola.

Alla fine del disco noti che rispetto ai primi dischi punk ha una compattezza e una cura diversi, ma alla fine non ti interessa poi tanto il confronto con altri artisti e generi, quello che conta è che un disco totalmente viscerale, che non lascia indifferenti, come solo i capolavori della musica sanno essere, e farlo con così poca tecnica è davvero commovente.

“There is a light that never goes out”

In questo video c’è tutta la pazzia della musica, della poesia e dell’amore.

C’è un cantautore un po’ in là con gli anni (e con i chili) che canta: “Se un bus a due piani ci disintegrasse, morire al tuo fianco sarebbe meraviglioso” e anche un altro centinaio di migliaia di persone: “Se un camion di dieci tonnellate uccidesse entrambi, morire al tuo fianco sarebbe un privilegio”; e nessuno è depresso, tutti sono felici.

Quando guardo questi 7 minuti, soprattutto perché conosco il testo di questa meravigliosa canzone,sono felice.

“I remember you well, in the Chelsea Hotel”

Il Chelsea Hotel, il rifugio degli artisti, è in vendita; secondo i proprietari non vale la pena ristrutturarlo e quindi hanno deciso di vendere.

Se vi siete chiesti perché tante agenzie di stampa e tanti giornali abbiano dato risalto a questa notizia, consiglio di fare un salto su Wikipedia, rimarrete impressionati dal numero di artisti passati all’interno di questa struttura in mattoni rossi e dal numero di canzoni aventi come argomento l’hotel o quello che è accaduto al suo interno.

Perché ne sono accadute di cose, dalla scrittura di “2001: Odissea nello spazio” alla morte di Nancy Spugen, che ha costretto i proprietari ad eliminare la stanza numero 100, dato il gran numero di punk che vi si recavano in “pellegrinaggio”.

Il motivo per cui rimarrò per sempre legato al Chelsea Hotel, però, è un altro; si tratta di “Chelsea Hotel #2″, magnifica canzone del sommo Leonard Cohen, in cui il poeta canadese rievoca un incontro sessuale (secondo la leggenda con Janis Joplin) avvenuto all’interno dell’albergo, poetica descrizione di un rapporto senza amore: “I remember you well in the Chelsea Hotel / That’s all,I don’t even think of you that often” (“Mi ricordo bene di te, al Chelsea Hotel / in fondo non ti penso neanche così spesso”).

Se avete 5 minuti liberi vi consiglio di ascoltare questa versione, con la voce di Cohen in versione “rasoio arruginito”.