I – One Of Us Cannot Be Wrong

“No, davvero, ho deciso. Ci rinuncio”

“Ma che cazzo dici?”

“Davvero, ho deciso. Non è cosa, non sono capace.”

“Stai scherzando, vero? Hai rotto le scatole con questa storia per mesi (e pure i timpani, a dirla tutta) e ora te ne esci così?”

“…”

“Non ci posso credere.”

“…”

“Bah, almeno ci hai provato.”

“Non è che c’ho provato. Non solo. Ho provato e ho fallito. Poi ho riprovato. E ho fallito peggio di prima. E così via, in un ciclo pressoché infinito di nuovi livelli di fallimento. E sai che c’è? Ho deciso di uscire dal ciclo, alla faccia delle regole della programmazione strutturata!”

“Quindi hai deciso una volta per tutte. L’importante è che ti renda conto che hai fatto tutto tu. Non cercare alibi, né colpevoli. L’unico colpevole sei tu.”

“Col cazzo.”

“Cosa!?”

“Ho detto: col cazzo. Mica sono io il colpevole.”

“Ah, no. Certo che no. E chi sarebbe il colpevole?”

“Quel figlio di puttana di Leonard Cohen.”

“!?”

“Lui e quel suo cazzo di primo disco, con la foto da funerale in copertina.”

“Ok, non credo che tutto questo abbia un minimo senso logico. Ma sono lo stesso curioso di sapere come e se le cose sono collegate.”

“Le cose non sono collegate, sono addirittura consequenziali.”

“…”

“Ma l’hai mai ascoltato The Songs of Leonard Cohen?”

“…”

“Ok, non l’hai mai ascoltato. La tua ignoranza tracima dagli argini, proprio.”

“…”

“Allora ti spiego un po’ la situazione: verso la fine degli anni ’60 Leonard Cohen è solo un poeta e, per sfizio, scrive canzoni. Mi segui?”

“Continua!”

“Ha imparato a suonare con un chitarrista di flamenco. Poche lezioni, poi questo scompare. Lui, per necessità, cerca di imparare alla perfezione l’unico arpeggio che gli aveva insegnato.
Lo ripete ad libitum, diventando veloce, sempre più veloce, è chiaro?”

“Cristallino.”

“In quell’arpeggio è velocissimo ma, per l’appunto, è solo un arpeggio. La sua tecnica è oltremodo limitata.
Eppure, qualche cantante a cui lui ha regalato le canzoni, gli consiglia di mettersi in proprio. Com’è, come non è, pubblica il suo primo disco.”

“E allora?”

“E allora è un fottuto capolavoro!”

“E quale sarebbe il problema?”

“Il problema è che mentre l’ascolti per la prima volta, arriva un momento in cui pensi: <<Voglio fare il poeta, oppure il cantautore>> perché queste due cose, fatte da Leonard Cohen, sembrano le due cose più facili del mondo. Ma non è così, cazzo! Non è così…”

“…”

Ora, per esigenza narrativa, dovreste immaginare che passino circa quaranta minuti e dovreste ascoltare la canzone allegata.

L’avete già fatto prima? Ok, non fa niente.

“Ma verso la fine è dannatamente stonato. È fatto di proposito, vero?”

“Già.”

“Pure un paio di canzoni prima, però, ha preso una stecca. Secondo te era voluta pure quella?”

“No.”

“Figlio di puttana.”

Transatlanticism (Death Cab for Cutie, 2003)

Càpita, a volte, di ascoltare un disco e capire che è proprio quello che fa per te. Lo ascolti, magari senza tante aspettative, e piano piano capisci di aver trovato quello che ti serve, ciò di cui avevi bisogno, e ti senti compreso.

Transatlanticism, per me, è uno di quei dischi. Lo ascolto la prima volta e mi rendo conto che quelle melodie precise e pulite, quelle schitarrate improvvise, quella cura dei dettagli e compattezza sono proprio quello che cercavo. Oltre, naturalmente alla sconfinata malinconia di cui è intriso ogni secondo di questo bellissimo album.

Perché si parla ovviamente di un disco bellissimo, oserei dire perfetto. Uno di quei lavori che ascolti la prima volta e dici: “Bello, ma secondo me questo pezzo poteva essere fatto in un altro modo e quest’altro pure”. Poi lo riascolti una seconda e una terza volta ed è chiaro che non c’è nulla di sbagliato, quel pezzo è perfetto così com’è e l’altro pure. Un disco perfetto, e la genialità sta nel fatto che la base sono le sue melodie e la sua semplicità unite ad una cura del dettaglio assurda, che ti fa scoprire cose nuove ad ogni ascolto.

Un disco che va ascoltato a volume altissimo, l’unico modo per entrare pienamente in questi brani avvolgenti, che riempiono letteralmente la stanza, undici brani tra pop e rock mai banali, tutti legati fra loro, con un paio di pezzi che si ergono su tutto il resto: la delicatissima Lightness e la lunga parentesi della title-track che è quasi l’essenza stessa del disco con quel “I need you so much closer” che dice tanto, tantissimo.

Da qualche parte ho letto che Transatlanticism è il disco della solitudine, molto probabilmente è vero, ma paradossalmente, se sei una persona solitaria, è una delle poche cose che potrebbe riuscire a farti compagnia.

4 canzoni davvero tristi – Episodio 1

Il blues non serve a farti stare meglio, il blues serve a far star peggio chi ti ascolta.

Sono circa le nove di sera, sei a casa e sei appena tornato da poco dall’ufficio dopo una giornata di lavoro terribile e snervante. Per giunta è mercoledì, sei nel bel mezzo della settimana e non se ne vede la fine; tra qualche ora andrai a letto, ti addormenterai e un attimo dopo sarai sveglio per una nuova giornata di lavoro. Snervante. E terribile.

Tutto quello che una persona sana di mente dovrebbe fare, a questo punto, in questo momento della giornata, è rilassarsi, recuperare temporaneamente i nervi, magari ascoltando un po’ di musica. Bene, lo fai e metti su un disco, quello che stai ascoltando in quel periodo e del quale non riesci a fare a meno e che si chiama, per uno scherzo del destino o più ragionevolmente per puro caso, I Could Live in Hope.

I Could Live in Hope è un disco famoso fondamentalmente per un paio di motivi. Primo: è semplicemente meraviglioso. Secondo: è triste, tristissimo, tanto triste quanto bello. Allora recuperi un attimo di lucidità e comprendi il paradosso che si sta creando: il momento più atteso della giornata è una cura di tristezza. Eppure sei felice, sei felice di essere un po’ più triste. Continua a leggere

Essere di sinistra e pregiudizi musicali (ovvero: io e gli Offlaga Disco Pax)

Offlaga Disco Pax e LeninDovrei aver ascoltato per la prima volta gli Offlaga Disco Pax nel 2005 (al massimo 2006), quando uscì Socialismo tascabile, in quei tempi facevo ancora parte della categoria “studente” e stavo per passare alla sotto categoria “universitario”. In quella zona temporale, infatti, ci sono stati i seguenti avvenimenti più o meno personali: esame di maturità, iscrizione alla facoltà di Informatica, vittoria dei mondiali di calcio, vittoria del centrosinistra alle politiche. Nonostante i punti di riferimento siano abbastanza nitidi non riesco a posizionare esattamente il giorno, ma in uno di quelli compresi in quell’intervallo delimitato dai suddetti eventi, vidi il videoclip di Robespierre e mi ricordo che mi divertii. E basta. Non ci fu nessun colpo di fulmine.

A quei tempi mi ero già reso conto di essere di sinistra, la toponomastica di Cavriago mi entusiasmava ma non più di tanto, ché sono cresciuto in un paese in cui c’era (e forse c’è ancora, chi può saperlo) via Jurij Gagarin, cosmonauta e comunista, doppio eroe personale. Quello che mi frenava dall’amare incondizionatamente quel pezzo era il fatto che il cantante avesse un grosso difetto, semplicemente non cantava. Era il periodo più talebano del mio amore per la musica: basso, batteria, chitarra e voce gli unici strumenti accettati, niente sintetizzatori, niente trucchi, guardavo la musica elettronica come un prete guarderebbe due uomini (o due donne) che si baciano. Avevo enormi pregiudizi verso altri tipi di musica, evidentemente non ero ancora, davvero, di sinistra.

Poi sono cambiato, ho scoperto che non bisogna disprezzare quello che non è rock, diretto e duro, sono cresciuto, ho imparato a comprendere gli altri, la Chiesa ancora no, ma per una serie di concause sono ritornato agli Offlaga Disco Pax visti su Mtv anni prima, quando il pomeriggio non avevo un cazzo da fare. Sono partito dall’inizio: da Kappler, la prima traccia di Socialismo tascabile. E già da quel brano ho capito la grandezza di questo fantastico gruppo, perché c’è tutto: testi di valore letterario, musica eccezionale, un racconto potente ed emozionante; Max Collini parla, ma ora so che il non cantare non è un difetto, e che non si tratta semplicemente di parlare su di una base, è molto più difficile di quello che sembra.

E poi i temi e il modo in cui sono raccontati, in molte canzoni la politica, questo amore sconfinato e naturale per la sinistra, non è il tema. Essere di sinistra a Cavriago è la normalità, le storie di vita comune sono molto più interessanti: la ragazza rivoluzionaria che sconvolge un ragazzo più grande, le Cinnamon che non ci sono più, il venditore di dischi saccente e scassapalle, la separazione dalla propria ragazza (ma senza scenate e senza lasciare strascichi perché “bisogna avere stile, anche nei momenti peggiori”), queste storie apparentemente scontate diventano davvero emozionanti e il socialismo è il terreno che le fa crescere e le rende più potenti e vive, oltre naturalmente alla bellissima scrittura di Collini e al genio musicale di Carretti e Fontanelli (il valzer infernale di Khmer Rossa, le citazioni dei CCCP, la quotidianità di Kappler, la tristezza di De Fonseca); ascolti questo disco e ti rendi conto che i tre sono una cosa sola, come solo i grandi gruppi sanno essere. E su tutto Tatranky, la mia traccia preferita di Socialismo tascabile, la fine di un’epoca e di un sogno, sul “C’hanno davvero preso tutto” e la seguente coda strumentale rischio sempre di lasciarci qualche lacrima.

Dopo averlo ascoltato un paio di volte mi accorgo che è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche perché per me è facile entrare ed accettare questo mondo, in cui il busto di Lenin piange per la stupidità della gente che crede alla Madonna che piange a sua volta e “stupendo e irrinunciabile come un 25 aprile” è una delle metafore più belle e azzeccate per descrivere la prima volta. Mi sembra tutto spontaneo e giusto, mi sento a casa.

Qualche giorno fa ho ascoltato anche Bachelite, non mi ha meravigliato come il precedente ma Sensibile è da brividi, Venti minuti una delle canzoni più commoventi mai ascoltate e c’è qualche altro colpo di genio sparso per il disco, crescerà con gli ascolti, non ho dubbi, ma mi basta sentire parole come queste:

Per evitare di confondere la sensibilità con l’eversione fascista e stragista, stabiliremo dei limiti. Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili. E tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro da cui ci dissociamo anche per l’uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario. La signora Mambro e il camerata Fioravanti sono fuori di galera. Fa male ammettere che al momento vincono due a zero.

per sentirmi compreso. In questo caso, a che cazzo serve cantare, non lo so proprio.

Famous Blue Raincoat (Jennifer Warnes, 1987)

coverSarebbe interessante analizzare le dinamiche che portano un tizio qualsiasi a diventare un idolo, non per un gruppo o una generazione di persone, quanto per un singolo individuo, capire il modo in cui è stato scoperto un artista, un politico, uno sportivo che poi diventerà un punto di riferimento, non il migliore ma semplicemente il preferito, quello a cui vuoi bene per una serie di motivi che non sai spiegare bene manco tu ma che ti legano ad una persona che non hai mai visto in vita tua, che probabilmente non vedrai mai, ma alla quale sei affezionato. È più di una semplice ammirazione per le cose create e fatte, è una specie di empatia, in qualche modo ti senti affine e perdoni anche le cadute di stile e qualche stronzata, non ti senti solo nel mondo e questo in qualche modo ti basta, sei riconoscente.

Le persone che non conosco ma a cui voglio bene sono diverse, tra gli altri: Alfred Hitchcock, Sergio Leone, Kurt Vonnegut, Cesare Pavese, Leonard Cohen. Quest’ultimo è un caso che sarebbe divertente analizzare, come è possibile che un quasi venticinquenne del sud Italia, abbastanza sedentario, cresciuto con i Nirvana e i Marlene Kuntz di Catartica (ascoltati con vent’anni di ritardo), con idee politiche decisamente di sinistra, abbia come idolo un quasi ottantenne cantante folk, canadese, ebreo, giramondo e praticamente apolitico (ma nel senso più nobile del termine, al limite più di destra che di sinistra)?

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7 scene in cui il nazifascismo viene preso a pesci in faccia

Mimimmo

Sono tornati i professionisti del “si stava meglio quando si stava peggio”, gli irriducibili (spesso ventenni) del “quando c’era lui”, seguito dal sospirone nostalgico (ripeto, ventenni), i fedelissimi di “almeno i treni arrivavano in orario”. Insomma, il fascismo (neo-fascismo, nuova Destra, terza via, tutte stronzate: è sempre il solito vecchio orribile fascismo. Punto) sta raccogliendo consensi tra giovani e giovanissimi che postano foto del mascellone su Facebook, vogliono bruciare gli zingari, dicono che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani e che quando c’era lui i treni arrivavano in orario (ché alla fine sempre lì si va a finire, l’unica cosa certa del ventennio è che i treni erano puntuali e questo faceva di noi un grande paese e bilanciava l’omicidio Matteotti, le leggi razziali e il suicidio bellico della seconda guerra mondiale).

Per contrastare questa deriva di estrema destra l’unica soluzione possibile è la presa in giro tramite l’arte e le risate, soprattutto le risate. Quindi ecco una selezione di scene di film e serie tv che riducono il nazifascismo a quello che realmente è: un errore della Storia (con molti colpevoli) che non dovrebbe ripetersi più e che merita il massimo sberleffo. Valgono le solite regole per i visitatori con la coda di paglia: militanti di Forza Nuova, Casapound e giovani fascistelli, quello che segue non vi piacerà ma, per usare un vostro classico, “Me ne frego!”. Si comincia!

La prima scena è tratta da Fascisti su Marte, film diretto da Corrado Guzzanti e Igor Skofic, nato da alcuni sketch che prendevano in giro l’imperialismo italiano del ventennio, ché voi non lo sapete ma l’Italia è arrivata su Marte decenni prima degli ammerigani, alla faccia loro!

La scena in questione racconta l’atterraggio dell’intrepido equipaggio e di un piccolo problema non previsto. Sì, insomma, appena arrivati sul pianeta rosso, le camicie nere si rendono conto che non c’è ossigeno, ma risolvono il problema in un modo esemplare: fanno finta che non esiste, insegnamento per generazioni di politici.

Con la seconda scena si rimane nel cinema italiano, stavolta la pellicola è I due marescialli (Sergio Corbucci, 1961) in cui Totò trova il pretesto buono per prendere a pernacchie (letteralmente!) un ufficiale nazista e un gerarca fascista che non brillano per acume.

Il fascismo è considerato (male) anche all’estero, nel bellissimo Porco Rosso (di cui ho scritto un po’ di tempo fa e che si DEVE vedere) del Maestro Miyazaki, ambientato in Italia negli anni ’30, è presente una battuta che è una pietra miliare:

L’antifascismo in quattro parole.

Non si può citare il fascismo senza nominare Hitler e hai voglia a dire che Mussolini non voleva allearsi coi nazisti e che non ha responsabilità nelle deportazioni nei campi di concentramento, non si può dire prima di tutto perché si tratta di cazzate belle e buone, e poi perché nazismo e fascismo hanno molti tratti in comune, soprattutto il fatto di sentirsi superiori solo perché si è nati in un posto piuttosto che in un altro o perché si ha la pelle di un determinato colore, e la repressione delle idee e dei comportamenti non tollerati eliminando la libertà di espressione. La stessa merda, in pratica.

Dunque ecco una scena fortemente antifascista tratta da una serie tv di cui ormai sono dipendente. Si tratta di Doctor Who e nello specifico dello spettacolare Let’s Kill Hitler, ottavo episodio della sesta stagione della serie nuova in cui il Dottore, Amy, Rory e quella psicopatica di Mels si ritrovano nell’ufficio di Hitler proprio mentre qualcuno tenta di ucciderlo prima del previsto, il loro ingresso in scena salva il Fuhrer che decide comunque di sparare al suo assassino ma non fa i conti con Rory, che prima gli rifila un cazzotto degno del miglior Bud Spencer, poi gli dice di chiudere il becco e infine lo sbatte in uno sgabuzzino, dove rimarrà fino alla fine dell’episodio.

MOMENTO. PIU’. EPICO. DI. SEMPRE.

Sempre nello stesso episodio River Song risponde alla domanda che penso tutti si siano posti in un certo momento della propria vita: “Cosa farei se mi trovassi nella Berlino del 1938 con una pattuglia di SS di fronte e mi fossi appena rigenerato?” (n.d.b.: questa la capiscono solo i Whovian.)

Che domande! Direi queste parole:

Beh, stavo andando al bar mitzvah di uno zingaro gay handicappato, quando all’improvviso ho pensato, “Caspita,il Terzo Reich e’ proprio una schifezza. Credo che andrò ad uccidere il Fuhrer.”

Ed infatti:

MOMENTO. PIU’. EPICO. DI. SEMPRE. II.

Per finire due scene ENORMI tratte da film statunitensi.

La prima è l’ormai classica scena del massacro di nazisti nel cinema, tratta da Bastardi senza gloria, del Maestro (e sono due in un solo post) Quentin Tarantino.

Prima che comincino le lezioni di Storia: lo so che Hitler non è morto in un cinema ma quelli che criticano la non verosimiglianza di quella scena dovrebbero prima di tutto evitare di guardare film, dedicandosi solo ai documentari, e soprattutto non hanno colto l’immenso significato simbolico della scena: il nazismo, esempio pratico di quanto può essere crudele l’uomo e di quanto può essere simile ad una bestia, che viene sterminato in un cinema e grazie al cinema, luogo dell’arte e dell’intelligenza umana. Davvero non vi vengono i brividi? Forse vi conviene riprovare:

Infine, quella che è forse la scena di antifascismo più elementare e diretta di sempre, talmente diretta che non c’è manco bisogno di commento:

(E alla fine si sente anche l’inizio di Boom Boom di John Lee Hooker. ‘Sti cazzi!)

Born to Die (Lana Del Rey, 2012)

Ascolto pochissima musica recente e quando lo faccio è con colpevole ritardo. Per dire, ho ascoltato per la prima volta Funeral degli Arcade Fire l’anno scorso, quasi obbligato dalle lodi sperticate che sentivo in giro e che alludevano ad un presunto capolavoro, quindi ho messo da parte la mia celeberrima ritrosia ad ascoltare qualsiasi cosa per la quale non siano passati almeno vent’anni dall’uscita nei negozi, ho ascoltato Funeral degli Arcade Fire e mi sono reso conto che lo è davvero un capolavoro, un fottuto capolavoro. Ma questa, come direbbe quello vestito di nero circondato dalle sagome di assassini e gente morta ammazzata nei modi peggiori, è un’altra storia, che merita un post a parte.

Se ne parla in un altro post, perché questo riguarda un evento ancora più epocale, esprimo la mia opinione su un disco uscito addirittura QUEST’ANNO.

Tendo a specificare che il fatto che non ascolti musica “nuova” non è dovuto a snobismo o cose del genere, dipende unicamente dal fatto che ci sono dischi epocali e bellissimi che non ho ancora ascoltato e, quando mi capita di trovarli, vanno in loop per mesi e mesi. Per farvi rendere conto: quando ho scoperto il sommo Leonard Cohen ho ascoltato solo e soltanto i suoi album per più di un anno con tutte le conseguenze del caso.

Chiusa questa parentesi, vi spiego per quale serie di concause ho messo nel lettore il giovanissimo Born to Die dell’altrettanto giovane Lana Del Rey.

In realtà la causa è una sola e si chiama Video Games. Sentendo parlare incessantemente di questa cantante, delle sue esibizioni altalenanti e del meraviglioso brano Video Games, me lo sono andato a cercare sul tubo il brano in questione e, come nel caso degli Arcade Fire, il web aveva ancora una volta ragione, quello che stavo ascoltando era un brano bellissimo, semplicemente perfetto, mi sono innamorato subito di quella voce lamentevole e distaccata, di quella melodia semplice e triste.

Ma dato che ho avuto già molte delusioni, prima di fare il grande passo (che sarebbe ascoltare il disco) volevo delle conferme e ho cercato altro. Ho trovato questa incredibile interpretazione acustica di un altro brano, che poi ha dato il nome all’album, ed è stato un’altro colpo fortissimo, non ho avuto più remore ed ho deciso di procurarmi l’album e di ascoltarlo.

Dico subito che l’esordio-nonesordio di Elizabeth Grant AKA Lana Del Rey non è un capolavoro oppure un disco perfetto, ma mi piace. Mi piace parecchio ed è ancora più incredibile se penso che si tratta di un lavoro sfacciatamente pop, comprese le voci campionate, le parti rappate e l’abbondanza di suoni e rumorini che di solito creano solo confusione. Il fatto è che queste cose sono fatte bene, non sembrano fuori posto e non si scade quasi mai nella cafonaggine. Il merito è sicuramente di una produzione coi controcazzi, ma la base (e per base intendo le melodie, una certa tristezza di fondo di tutto il lavoro, la voce languida e distante) è della ragazza ed è davvero una bella base.

I primi cinque brani sono davvero molto belli e curati (i due singoloni Born to Die e Blue Jeans, il miracolo Video Games e due brani, Off to the Races e Diet Mountain Drew, che sembrano sempre meglio ad ogni ascolto), dopo la qualità scende un po’, ma fatico a trovare canzoni inascoltabili (solo National Anthem, che dopo svariati ascolti non sono ancora riuscito a digerire, e credo che non lo farò mai), e si tratta di un genere che di solito trovo completamente indigesto.

Prima della fine del disco resta spazio per altri due colpi di genio: Carmen, malinconica e con un certo non so che di asiatico, e l’eccezionale Million Dollar Man, pezzo bellissimo per melodia, interpretazione, produzione, tutto! Secondo me se la gioca con Video Games come brano migliore del disco, è uno  di quei pezzi che ascolteresti all’infinito e che non ti stancano mai.

Alla fine, tirando le somme, mi rendo conto che ci sono almeno sette traccie di alto livello su dodici e che almeno due di queste hanno una tale intensità che la gran parte degli artisti (non solo pop e non solo a partire da un certo numero di copie vendute) non riesce a tirar fuori in una carriera e allora penso che, anche se si tratta di una grandissima quanto geniale operazione commerciale, me ne frega il giusto perché questo è un bel disco, capace di emozionare davvero, vi serve altro?

I could live in hope (Low, 1994)

Un disco meraviglioso, uno di quelli che vengono definiti capolavori, semplicemente perfetto. E tristissimo, tanto bello quanto triste, di una tristezza sincera che non lascia scampo e ti mette faccia a faccia col dolore, senza possibilità di fuga.

Lo capisci già dalla prima traccia, la bellissima e avvolgente “Words” e, se la successiva “Fear” stempera un po’ la tensione, col terzo brano del disco ti rendi conto di essere entrato in una spirale di desolazione, in un vortice dal quale sarà impossibile uscire uguali a come si era entrati, perché questo è un disco che ti segna.

E allora ti lasci cullare da queste ninna nanne mortali, da questi brani spogli (basso elettrico, chitarra ed una batteria ai minimi termini gli unici strumenti utilizzati, oltre alle due voci), caratterizzati da testi minimalisti e da una lentezza inverosimile. Resti meravigliato dalla purezza di queste undici canzoni, dall’affiatamento dei tre musicisti e ti domandi come è possibile che nessuno abbia mai fatto una cosa simile prima d’ora. Ti rendi conto che questa è semplicemente la musica del silenzio, di quando sei triste e sei solo, e pensi.

Indicare i pezzi migliori è impossibile, le canzoni sono quasi tutte sullo stesso, altissimo livello. Tutte tranne Lullaby che è una cosa che semplicemente non si può spiegare, quasi dieci minuti, la maggior parte strumentali, di tristezza, con la voce di Mimi Parker nella prima parte e la chitarra di Alan Sparhawk nella seconda che spezzano il cuore.

L’ultimo brano, “Sunshine”, è un vero colpo di genio, è una cover di una canzone famosissima che non nomino, perché rovinerebbe l’ascolto a tutti quelli che non hanno ancora sentito questo disco, tanto è un colpo di scena.

I Low con questo disco d’esordio hanno posto i confini della musica rock un po’ più in là, aggiunto un nuovo limite alla desolazione nella musica leggera e, particolare non trascurabile, ci hanno regalato undici canzoni semplicemente stupende.