“Prendetela come una metafora”

Prendetela come una metafora, se la cosa vi fa sentire meglio. Le religioni sono per definizione delle metafore, dopotutto: Dio è un sogno, una speranza, una donna, un ironista, un padre, una città, una casa più grande, un orologiaio che ha perso il suo prezioso cronometro nel deserto, qualcuno che vi ama, o addirittura, contro ogni evidenza, un essere celeste il cui unico obiettivo è fare in modo che la vostra squadra di calcio o il vostro esercito vincano, oppure che i vostri problemi professionali o matrimoniali si risolvano e che voi possiate prosperare trionfando su ogni difficoltà.

Le religioni sono punti di osservazione che condizionano le vostre azioni, posizioni di vantaggio da cui osservare il mondo.

Neil Gaiman, “American Gods”

Pagelloni 2012 – Letture

Fine anno. Per tutti i blog è periodo di  elenchi, liste, classifiche e dato che mi piace parecchio elencare e scrivere post lunghi non aspettavo altro. Il primo pagellone (e forse anche l’unico) riguarda i libri, non è una classifica dei migliori del 2012, ma di quelli che ho letto nel 2012, quindi ci trovate di tutto, da best-seller recenti a saggi vecchi un paio di secoli.

In totale ho letto diciassette libri (più uno attualmente in lettura) abbastanza variegati come genere e periodo storico, per la maggior parte classici, qualche delusione e qualche sorpresa. Mi rendo conto che avrebbe avuto più senso una classifica dei migliori usciti negli ultimi dodici mesi, ma ne leggo davvero pochi nuovi (come già detto per i dischi, non è snobismo) e mi divertiva raccogliere un insieme così disomogeneo, non si tratta assolutamente di ostentazione. Per alcuni avevo già scritto dei post (che è possibile leggere cliccando sui titoli) più o meno riusciti, altri avrebbero meritato la stessa attenzione ma, per i motivi più disparati, non l’ho fatto. In fin dei conti, questo è (anche) una specie di risarcimento.

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Open (Andre Agassi, 2011)

Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato.

Un campione che odia il proprio sport. Basterebbe questa citazione per capire che Open non è una semplice autobiografia celebrativa, di quelle che contengono solo ringraziamenti e qualche frecciatina ai colleghi meno simpatici. Questo libro racconta la vita della persona e del tennista Andre Agassi ma la lezione che ne esce fuori è l’opposto del self-made man, del grande sogno americano.

Il piccolo Agassi è obbligato dal padre a passare le giornate a colpire palline da tennis, perché “se colpisci 2500 palline al giorno non potrai che diventare il numero uno” e diventare il numero uno è il sogno imposto dal padre al piccolo Andre. Di giorno in giorno gli allenamenti diventano un’assurda ricerca della perfezione, quando non bastano più i palleggi nel giardino di casa Agassi viene mandato all’accademia di Nick Bollettieri, che addestra i giovani tennisti come se fossero soldati.

Incapace di capire il senso di tutto questo, costretto da altri a non poter fare scelte, Andre inizia a ribellarsi con vestiti strani e tagli di capelli assurdi, entra nel circuito dei professionisti ed il ritmo dei tornei, “il vortice”, segna il ritmo della sua vita.

Il mito dell’uomo fatto da sé ne esce distrutto, Agassi riesce a trovare un equilibrio solo grazie ad un pugno di persone: l’amico Perry, un ex pastore, il preparatore atletico Gil Reyes che diventa un secondo padre, dato che il vero padre di Andre si rapporta al figlio solo attraverso il tennis. Quando decide di affidarsi a Brad Gilbert per cambiare il suo gioco capisce che la perfezione è un traguardo irraggiungibile ed inutile, che nel tennis, come nella vita, non bisogna essere perfetti in ogni azione, ma basta scegliere di volta in volta la cosa migliore da fare.

Attraversa grandi trionfi e clamorose sconfitte, ed anche quando vince la sua felicità non è completa, è imperfetta (riguardo alla vittoria del Roland Garros dice: “Vincere non dovrebbe essere così bello. Non dovrebbe mai importare così tanto”); i primi momenti felici della sua vita sono la vittoria alle Olimpiadi di Atlanta (in un contesto totalmente diverso da quello del circuito) e l’incontro con Nelson Mandela che gli insegna il vero obiettivo dell’essere umano: aiutare gli altri, soprattutto quelli che soffrono, “Amo e riverisco quelli che hanno sofferto, in qualunque momento. Adesso sono più simile ad un membro adulto della razza umana”.

Le pagine scorrono via molto velocemente (il libro è stato scritto col premio Pulitzer J. R. Moehringer), sembra di leggere un romanzo di Kurt Vonnegut, i personaggi, almeno, sembrano i tipici personaggi sgradevoli di Vonnegut, ma qui si tratta di persone vere. Le cronache degli incontri di tennis occupano gran parte del libro, la ripetizione monotona dei colpi, dei numeri, degli avversari, dei luoghi fa capire che il tennis è uno sport fatto di dettagli, geometria, minimi particolari e di cicli che ripartono di continuo, riesci quasi a capire in che razza di spirale si sia trovato Agassi per oltre vent’anni della sua vita.

Parla dei suoi avversari, di quelli che lo irritano e di quelli che lo impressionano, della distanza incolmabile (non solo nel tennis) con Sampras, della superiorità di Federer: “Compatisco il giocatore destinato ad essere l’Agassi di questo Sampras. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli. Federer non ne ha.”

Negli ultimi anni prima del ritiro trova un obiettivo nella scuola che porta il suo nome e che fornisce istruzione gratuita ai bambini e ragazzi di Las Vegas che non possono permettersela, e trova in Steffi Graf (anzi, Stefanie) l’unica persona che davvero lo capisce dato che anche suo padre ha deciso che la figlia sarebbe stata una campionessa prima ancora che nascesse: “Quando le rivelo che odio il tennis si gira a guardarmi con un’espressione che dice: Ovvio. Non è così per tutti?”

I quarantanove racconti (Ernest Hemingway, 1938)

Leggendo i quarantanove racconti ti rendi conto che Hemingway è uno scrittore immenso, un vero maestro, e lo capisci da due-tre cosette.

La prima è che rende interessanti cose che detesti o che, semplicemente, ti annoiano a morte, come la caccia, la pesca, le corride; non le sopporti eppure sei lì a leggere di questa gente che spara ai leoni, pesca trote e ammazza tori e non riesci a interrompere la lettura.

La seconda è lo stile. Tutti parlano dello stile di Hemingway, della sua prosa essenziale e asciutta e leggendo questi racconti ti accorgi che scrivere in quel modo è un miracolo, che non è possibile utilizzare frasi così brevi e usare solo il punto per interi passi senza trasformare il racconto in un telegramma, sembra una cosa totalmente assurda eppure lui ci riesce.

La terza sono i dialoghi, i celeberrimi dialoghi di Hemingway, quei botta e risposta da lasciare a bocca aperta, quegli scambi degni della miglior finale di Wimbledon, quelle conversazioni che fanno diventare i personaggi così vivi che ti viene voglia di ripetere a chiunque ti passi vicino quelle frasi, per vedere se la reazione è la stessa, se veramente funziona così nella vita reale.

Quindi ti innamori di questi personaggi, di Francis Macomber, che per un brevissimo periodo (troppo breve) è stato felice, del cameriere che trova un senso alle cose del mondo nel locale in cui lavora perché è “un posto pulito, illuminato bene”, del torero che non accetta di non essere più quello di una volta e del pugile che invece lo sa benissimo e scommette “cinquanta bigliettoni” sulla sua sconfitta, di Nick Adams, alter ego di Hemingway che si mette a nudo e racconta episodi della sua vita (soprattutto il rapporto col padre), e non è un caso che l’ultimo racconto sia “Padri e figli”, in cui Nick, ormai diventato padre a sua volta si sente chiedere dal figlio “Perché non andiamo a visitare la tomba del nonno?”.

Hemingway è un grandissimo scrittore, uno dei migliori per quanto riguarda lo scrivere breve, talmente bravo che lo metterei allo stesso livello dei sommi Borges e Poe; ma io non faccio testo, quindi prendete questo libro per quello che è, una raccolta di racconti, alcuni brevissimi, scritti in un modo particolare e i cui personaggi sono tutto tranne che eroi, e iniziate a leggere, potreste aver trovato una miniera d’oro.

1755

Il dovere di eterna fedeltà non serve che a creare degli adulteri e le stesse leggi della continenza e dell’onore estendono necessariamente la corruzione e moltiplicano gli aborti.

Jean-Jacques Rousseau, “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini”

“Avevo sempre saputo, si capisce, che era una corsa truccata.”

“George Gardner è un gran fantino, come no” disse “Ci voleva proprio un gran fantino per impedire a quello Kzar di di vincere.”

Avevo sempre saputo, si capisce, che era una corsa truccata.

Ma sentirlo dire così, dal mio vecchio, fu un colpo terribile, per me, da cui non mi ripresi nemmeno quando affissero i numeri al tabellone e suonò la campana per avvertire gli scommettitori e vedemmo che Kircubbin pagava sessantasette e cinquanta a dieci. Tutt’intorno la gente diceva “Povero Kzar! Povero Kzar!”

E io pensavo: Vorrei essere un fantino, e vorrei averlo potuto montare io invece di quel figlio di puttana.

Ed era strano pensare a George Gardner come a un figlio di puttana, perché mi era sempre stato simpatico e per giunta ci aveva dato il vincente, ma a conti fatti credo proprio che lo sia, sissignori, un figlio di puttana.

Ernest Hemingway, “Il mio vecchio”

1Q84 – Libro 1 e 2 (Murakami Haruki, 2009)

Premessa: dare un giudizio definitivo su un’opera incompleta è impossibile, quindi questo è un commento riguardante unicamente i primi due libri e, per forza di cose, un giudizio parziale. Lo stesso vale per l’autore, di Murakami ho letto solo questo quindi non esprimo un giudizio universale sulla persona e sullo scrittore.

Come avrete già intuito dal disclaimer, tra me e questo libro ci sono dei problemi.

Prima di passare a lamentarmi, credo sia necessario spiegare, per chi non l’ha letto e per chi non sa nemmeno di cosa stia parlando, almeno la struttura del libro, ché la trama è talmente contorta e dominante su tutto il resto che raccontarvi cosa succede nei primi capitoli potrebbe essere una cosa molto lunga e con troppi spoiler.

La struttura, dicevo, si basa su due storie apparentemente slegate, narrate tramite capitoli alternati. I due protagonisti sono Aomame, un’insospettabile killer e Tengo, insegnante di matematica il cui sogno è scrivere romanzi. Tutto il casino comincia per merito di Komatsu, un editore che su consiglio di Tengo legge il romanzo di una certa Fukaeri e pensa che potrebbe essere un successo planetario se solo la ragazza non scrivesse come il peggior Moccia, quindi ha la fulminante idea di far riscrivere il romanzo all’ignaro Tengo. Nel momento in cui Tengo accetta la proposta e incontra Fukaeri non sa che la sua vita (e non solo la sua) cambierà terribilmente. Nel frattempo Aomame nota che qualcosa non quadra, le sembra di non conoscere più il mondo in cui vive finché, una notte, alza gli occhi al cielo e capisce che c’è davvero qualcosa di strano…

Detto questo, passiamo direttamente al parere personale: delusione. Delusione per almeno un paio di motivi.

Il primo è l’enorme campagna pubblicitaria intorno a questo libro, presentato come un
capolavoro epocale.

Il secondo è che, fino ad un certo punto, mi è piaciuto parecchio, il fatto è che il “certo punto” a cui mi riferisco sono le prime 300 pagine che sono avvincenti e si potrebbero leggere davvero tutte d’un colpo, il problema è che ce ne sono altre 400 terribilmente ripetitive e prive di scossoni alla trama e sembrano messe lì solo per allungare il brodo, tanto che ho avuto l’impressione che il secondo libro fosse solo un riempitivo, buono unicamente per prepare la spiegazione quasi totale e i cliffhanger finali.

L’altro problema è la scrittura di Murakami.
Attenzione, non dico che non sappia scrivere, il suo stile è estremamente semplice e rende la narrazione scorrevole (i primi capitoli si lasciano leggere davvero volentieri, non tutti gli scrittori ne sono capaci) però, in alcuni frangenti, è talmente semplice da diventare piatto e una volta esaurita la curiosità iniziale il risultato finale è una gran noia.

Tuttavia, non si tratta di una ciofeca totale, Murakami sa il fatto suo, alcuni passi sono molto belli e c’è molto amore per la letteratura (vengono citati, tra gli altri, Cechov e Orwell).

Il finale, poi, è davvero cinematografico e crea la suspence in attesa del terzo capitolo, che per la premessa iniziale leggerò quasi sicuramente, è impossibile dare un giudizio definitivo su di un libro dopo averne letto solo un pezzo, anche se il pezzo in questione è stato deludente.

L’anno della morte di Ricardo Reis

copertinaRicardo Reis è un medico e poeta portoghese, emigrato in Brasile nel 1919 e ritornato in patria alla fine del 1935.
Educato dai gesuiti, si può definire classico nella poesia e conservatore in politica.

Ricardo Reis non esiste. E’ un’invenzione, un eteronimo di Fernando Pessoa, un nome e un cognome a cui il poeta portoghese ha donato una vita ed una personalità proprie; ed è proprio per la morte di Pessoa che Reis decide di tornare in Portogallo.
E’ il Portogallo dell’ Estado Novo, il regime fascista di Salazar, mentre all’orizzonte c’è la guerra civile spagnola e un po’ più in là la seconda guerra mondiale.

C’è davvero tanto in questo libro, c’è il triangolo amoroso i cui vertici sono Ricardo Reis, la cameriera Lìdia e la ricca Marcenda, il triangolo “poetico” tra Saramago, Pessoa e lo stesso Reis, Lisbona e il Portogallo – questo piccolo e triste paese, il regime salazarista, i giornali che esaltano il regime, la repressione, la guerra civile spagnola, Fernando Pessoa che, ancora per 9 mesi, può girare per il mondo prima di morire, ma non può leggere, i morti non possono.

Gli avvenimenti storici, la narrazione del Portogallo fascista sono sullo sfondo, prendono il sopravvento solo nel finale, narrati non più dal punto di vista dei giornali di regime ma da quelli di Lìdia, sorella di un rivoluzionario, e del monarchico e conservatore Ricardo Reis, “dottore contrario alle rivoluzioni”.

Tutto questo legato dalla scrittura di Saramago, per nulla semplice con i suoi paragrafi interminabili, l’accavallarsi delle voci, le digressioni sul significato delle parole e delle cose.

Tutto questo per raccontare gli ultimi mesi di vita del dottor Ricardo Reis, della sua solitudine, anche di fronte alla Storia, e del suo triste finale.