Grillofascismi

Questo sì che è un netto stacco con la politica del passato.

Che alla fine è quello che accade se sei volutamente populista e le spari grosse. Se urli sfottò reazionari e battute imbecilli e parli di assedi, battaglie contro tutti e tutto, generalizzando sempre e comunque. Poi succede che imbarchi un sacco di persone di merda, di gente che non aspetta altro per urlare minacce fasciste a tutto spiano. Perché questo, cari grillini, è fascismo, ci sono pochi cazzi. Minacciare di morte le persone per evitare che dicano quello che pensano è fascismo, spostare la discussione sull’aspetto fisico è fascismo, dare della zoccola ad una donna perché non fa quello che volete voi è fascismo. Poi potete fare tutte le marce contro il femminicidio che vi pare, ma questi commenti sono l’anticamera del femminicidio. E prima che qualcuno mi chieda se ho letto l’articolo: non l’ho letto, non m’interessa cosa dice, potrebbe pure mandare semplicemente affanculo Grillo e i suoi seguaci, commentando in quel modo mettete tutto su un altro piano, non entrate nel merito, la offendete come donna, non come giornalista e recuperate tutto lo stereotipo reazionario della donna puttana per natura, ché se viene stuprata forse è anche un po’ colpa sua. Insomma, fate quello che facevano i berlusconiani e i leghisti che schifate tanto, ora lo siete (forse lo eravate anche prima) pure voi.

Essere di sinistra e pregiudizi musicali (ovvero: io e gli Offlaga Disco Pax)

Offlaga Disco Pax e LeninDovrei aver ascoltato per la prima volta gli Offlaga Disco Pax nel 2005 (al massimo 2006), quando uscì Socialismo tascabile, in quei tempi facevo ancora parte della categoria “studente” e stavo per passare alla sotto categoria “universitario”. In quella zona temporale, infatti, ci sono stati i seguenti avvenimenti più o meno personali: esame di maturità, iscrizione alla facoltà di Informatica, vittoria dei mondiali di calcio, vittoria del centrosinistra alle politiche. Nonostante i punti di riferimento siano abbastanza nitidi non riesco a posizionare esattamente il giorno, ma in uno di quelli compresi in quell’intervallo delimitato dai suddetti eventi, vidi il videoclip di Robespierre e mi ricordo che mi divertii. E basta. Non ci fu nessun colpo di fulmine.

A quei tempi mi ero già reso conto di essere di sinistra, la toponomastica di Cavriago mi entusiasmava ma non più di tanto, ché sono cresciuto in un paese in cui c’era (e forse c’è ancora, chi può saperlo) via Jurij Gagarin, cosmonauta e comunista, doppio eroe personale. Quello che mi frenava dall’amare incondizionatamente quel pezzo era il fatto che il cantante avesse un grosso difetto, semplicemente non cantava. Era il periodo più talebano del mio amore per la musica: basso, batteria, chitarra e voce gli unici strumenti accettati, niente sintetizzatori, niente trucchi, guardavo la musica elettronica come un prete guarderebbe due uomini (o due donne) che si baciano. Avevo enormi pregiudizi verso altri tipi di musica, evidentemente non ero ancora, davvero, di sinistra.

Poi sono cambiato, ho scoperto che non bisogna disprezzare quello che non è rock, diretto e duro, sono cresciuto, ho imparato a comprendere gli altri, la Chiesa ancora no, ma per una serie di concause sono ritornato agli Offlaga Disco Pax visti su Mtv anni prima, quando il pomeriggio non avevo un cazzo da fare. Sono partito dall’inizio: da Kappler, la prima traccia di Socialismo tascabile. E già da quel brano ho capito la grandezza di questo fantastico gruppo, perché c’è tutto: testi di valore letterario, musica eccezionale, un racconto potente ed emozionante; Max Collini parla, ma ora so che il non cantare non è un difetto, e che non si tratta semplicemente di parlare su di una base, è molto più difficile di quello che sembra.

E poi i temi e il modo in cui sono raccontati, in molte canzoni la politica, questo amore sconfinato e naturale per la sinistra, non è il tema. Essere di sinistra a Cavriago è la normalità, le storie di vita comune sono molto più interessanti: la ragazza rivoluzionaria che sconvolge un ragazzo più grande, le Cinnamon che non ci sono più, il venditore di dischi saccente e scassapalle, la separazione dalla propria ragazza (ma senza scenate e senza lasciare strascichi perché “bisogna avere stile, anche nei momenti peggiori”), queste storie apparentemente scontate diventano davvero emozionanti e il socialismo è il terreno che le fa crescere e le rende più potenti e vive, oltre naturalmente alla bellissima scrittura di Collini e al genio musicale di Carretti e Fontanelli (il valzer infernale di Khmer Rossa, le citazioni dei CCCP, la quotidianità di Kappler, la tristezza di De Fonseca); ascolti questo disco e ti rendi conto che i tre sono una cosa sola, come solo i grandi gruppi sanno essere. E su tutto Tatranky, la mia traccia preferita di Socialismo tascabile, la fine di un’epoca e di un sogno, sul “C’hanno davvero preso tutto” e la seguente coda strumentale rischio sempre di lasciarci qualche lacrima.

Dopo averlo ascoltato un paio di volte mi accorgo che è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche perché per me è facile entrare ed accettare questo mondo, in cui il busto di Lenin piange per la stupidità della gente che crede alla Madonna che piange a sua volta e “stupendo e irrinunciabile come un 25 aprile” è una delle metafore più belle e azzeccate per descrivere la prima volta. Mi sembra tutto spontaneo e giusto, mi sento a casa.

Qualche giorno fa ho ascoltato anche Bachelite, non mi ha meravigliato come il precedente ma Sensibile è da brividi, Venti minuti una delle canzoni più commoventi mai ascoltate e c’è qualche altro colpo di genio sparso per il disco, crescerà con gli ascolti, non ho dubbi, ma mi basta sentire parole come queste:

Per evitare di confondere la sensibilità con l’eversione fascista e stragista, stabiliremo dei limiti. Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili. E tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro da cui ci dissociamo anche per l’uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario. La signora Mambro e il camerata Fioravanti sono fuori di galera. Fa male ammettere che al momento vincono due a zero.

per sentirmi compreso. In questo caso, a che cazzo serve cantare, non lo so proprio.

MAUS (Art Spiegelman, 1991)

È il giorno della memoria. I social network sono pieni di citazioni sulla Shoah, la maggior parte contro la follia nazista, tratte da libri, film, musica, cultura. In quel periodo sto leggendo MAUS di Art Spiegelman, sono più o meno a metà, prima ancora dell’arrivo ad Auschwitz, ma so già che quel libro diventerà uno dei miei preferiti sull’argomento, in quel momento so già che è una delle cose più potenti mai scritte contro l’Olocausto.

Eppure ho qualche dubbio sull’effettiva efficacia di questa vera e propria opera d’arte contro la nuova deriva nazifascista, penso che in fin dei conti cambi poco o nulla. Voglio dire che questi neo-fascisti un po’ li conosco, leggo i loro deliri su Twitter e Facebook, le notizie sui giornali, le sparate dei politici lanciate per raccattare qualche voto da quel serbatoio, con qualcuno ho tentato di avere delle discussioni e sono giunto alla seguente conclusione: se ne fottono della Storia e della Cultura, è gente che legge il Mein Kampf come un manuale politico ed è convinta che il diario di Anna Frank sia un falso storico, in parole povere, sono convinti che Hitler sia stato un grande statista proprio perché ha tentato di uccidere tutti gli ebrei, i rom, gli omosessuali e i comunisti, per loro non è un errore, ma un merito. Con questi personaggi c’è poco da fare, l’unico modo per ridimensionarli è la presa in giro.

Poi ci sono quelli che parlano per sentito dire, quelli che Mussolini è stato obbligato ad allearsi con Hitler, quelli che forse non è tutto vero quello che si dice sui lager, che gli ebrei in fondo sono una “razza” furba e hanno romanzato il tutto. A questi puoi provare a fargli leggere Se questo è un uomo o Madre Notte, ma il risultato sarà nullo, prima di tutto perché la maggior parte di loro è composta da persone che non leggeranno mai un libro (in fondo per dire certe cose devi aver perso qualche lezione di Storia e non aver mai cercato di recuperare) e poi perché la scampano sempre con “tutto falso, esagerato!”, senza possibilità di discussione, fascisti, appunto.

E allora mi convinco che MAUS è sì un grande libro, ma mentre io mi commuovo, e mi sento anche un po’ in colpa nel leggerlo, so che non cambierà di una virgola le idee di questi neo-imbecilli. Con questa convinzione continuo la lettura e arrivo alla seguente frase:

Guarda quanti libri sono stati scritti sull’Olocausto. A che pro? La gente non è cambiata… Forse ha bisogno di un altro Olocausto, più grande.

e mi rendo conto che MAUS è un libro ancora più grande di quello che pensavo poche vignette prima perché è vero che il protagonista è Vladek Spiegelman, il padre dell’autore, ebreo polacco uscito vivo da Auschwitz, è vero che “sanguina Storia” ma c’è anche Artie, il figlio che ha in cantiere un fumetto sul nazismo e i campi di concentramento e affronta questa impresa sapendo di essere un privilegiato.

Oltre la Storia, c’è il rapporto tra padre e figlio, un rapporto difficile, vivono entrambi negli Stati Uniti, Vladek ha una nuova compagna, dopo il suicidio della madre di Artie (anche lei sopravvissuta al lager), ma la odia e crede che stia con lui solo per spillargli denaro. Vladek è incredibilmente spilorcio, ma non sembra che questo sia dovuto soltanto all’esperienza nel campo di concentramento (“Tanta gente qui è stata in lager, ma nessuno è così tirchio”), ed è addirittura razzista verso i neri.

Artie, invece, sente il peso della vita del padre, il non poter mai essere migliore o bravo quanto lui, perché sopravvivere ad Auschwitz è un’impresa impossibile da eguagliare, è schiacciato anche dall’amore della madre, dal fratello Richieu morto bambino durante il nazismo, prima che lui nascesse. Per la prima parte del libro è solo un comprimario per le scene di vita quotidiana, nella seconda diventa un protagonista, rappresenta la generazione successiva, quella che non ha vissuto l’era di Hitler ma che ne sente ancora le conseguenze e, affiancate al dolore subito dai genitori, diventano un peso terribile da elaborare e gestire.

La vita da sopravvissuto di Vladek si affianca a quella durante il nazismo, la Storia è fedele, la serie di degradazioni subite dagli ebrei è impressionante, uno alla volta cadono tutti i diritti, uno dei momenti più scioccanti si ha quando un bambino polacco guarda Vladek, pensa sia un ebreo e scappa urlando “Aiuto, mamma! Un ebreo!”, ed è ancora più scioccante pensare che scene del genere se ne vedono ancora tante oggi, basta sostituire “ebreo” con “zingaro”.

Le critiche negative lette in giro mi sono sembrate tutte pretestuose o semplicemente stupide, tra le altre: “non si può utilizzare un fumetto per una tragedia simile”, “le persone rappresentate come animali sono un’offesa alle vittime”, “Vladek è l’ideale che avevano i tedeschi degli ebrei”, “i disegni sono brutti”. Sarà, ma l’arrivo di Anja e Vladek di fronte ai cancelli di Auschwitz e la descrizione delle camere a gas e dei forni crematori sono da brividi, il finale con le foto dei parenti morti nei lager e nel ghetto è commovente, con un film o un testo scritto non sarebbe stato possibile provocare le stesse emozioni.

Resto dell’idea che questo libro non cambierà le idee di chi crede che Mussolini sia stato un grande statista e Hitler un eroe, è lo stesso autore a dirlo, penso però che sia una delle cose più belle mai create, arte nel vero senso della parola, che gronda sangue e dolore; è impossibile restare indifferenti di fronte a certe tavole e a seconda della reazione ti rendi conto, davvero, da che parte stai, impossibile fingere.

Le elezioni più trash della Storia

Bisogna ammetterlo, viste dall’esterno (e per esterno intendo da un altro paese, possibilmente di un altro continente, da un altro pianeta, se proprio vogliamo stare tranquilli) queste potrebbero essere le elezioni più spassosamente tragiche della Storia. Un qualcosa talmente trash che i film di Pierino, al confronto, sono al livello di Vittorio Gassman che legge la Divina Commedia. Una tale accozzaglia di cialtroni, imbroglioni, approfittatori, doppiogiochisti e leccaculo, tutti insieme per accaparrarsi un posto in Parlamento (quindi per guidare uno dei paesi cardine dell’Unione Europea in una crisi talmente profonda che non se ne vede la fine), non l’avevo mai vista.

Sì, influisce la presenza del PDL, che da questo punto di vista non delude mai e dovrebbe candidare il sempreverde Dell’Utri (che non capisco come facciate a dire che è mafioso, voglio dire, “è cattolico, e ha quattro figli!”) e nuovi e talentuosi fenomeni della politica, come Nicola Cosentino, con processi terminati e in corso per i rapporti con i Casalesi e per riciclaggio di rifiuti tossici, e chissà chi altri (le liste non sono ancora state depositate, aspettiamoci qualche colpo di fine mercato). Inoltre in una lista legata al PDL, presentata da Stefania Craxi (Argh!) c’è quel grande esempio di correttezza e onestà di Luciano Moggi (Aaaaaaargh!), certi incubi non finiscono mai.

Ma anche il resto non scherza, e il male non è solo candidare persone con processi pendenti in corso o condannati in via definitiva, ma anche personaggi poco seri e che non hanno evidentemente niente a che fare con cose serie come la Politica.

Monti candida la Vezzali, che si sarebbe fatta toccare da Berlusconi e come prima dichiarazione da candidata si allinea alla linea cattolica e dice che la famiglia è basata su uomo e donna. Più in generale col Professore ci sono tutti quei personaggi famosi conservatori che hanno votato Berlusconi in passato ma che non si sarebbero mai candidati con Silvio, ché ora è conosciuto come puttaniere, mentre Monti è simbolo di sobrietà, e la sobrietà è importante. E pure la famiglia è importante, tanto che l’UDC, alleato con Monti, mette in lista cognata e genero di Casini.

Il PD candida personalità oneste, coraggiose e di tutto rispetto come Rosaria Capacchione  e Corradino Mineo, che potrebbero davvero dare una svolta in Parlamento, ma poi ricasca negli errori del passato e conferma la linea del partito: raccattare più gente possibile di varie tendenze che non hanno niente a che fare con la Sinistra, per cercare di accaparrare i voti dei centristi. Quindi nelle liste sono presenti esponenti dell’area ultra cattolica, gente che al primo accenno di diritti per coppie omosessuali minaccerà di far saltare il governo, un film già visto (ve la ricordate la Binetti?) e che al PD sembrano non ricordare. Certo, ci sono state le primarie per scegliere i candidati, ma proprio i risultati delle primarie fanno capire che i problemi dell’Italia nascono dal basso, dagli elettori e i partiti ne sono un’emanazione, non la causa. Nelle primarie per la Camera nel collegio Campania 2 (tutte le provincie campane tranne Napoli) il più votato è stato Nicola Caputo, a Enna Vladimiro Crisafulli, entrambi indagati per reati legati alla loro posizione politica. Se la maggior parte dei votanti pensa che debbano essere candidati, ce lo meritiamo un parlamento del genere.

D’altronde con una legge elettorale così ridicola è inutile chiedere di meglio a coloro che devono essere eletti, una legge definita porcata dal suo stesso inventore, che tutti quelli che erano in parlamento hanno giudicato pessima, ma che nessuno si è preso la briga di cambiare, forse perché accontenta un po’ tutti o, meglio, non scontenta nessuno: Bersani dovrebbe (dico dovrebbe, perché il PD è specialista di rimonte subite, soprattutto se ci saranno altre ospitate di Berlusconi da Santoro) avere la maggioranza alla Camera, Berlusconi molto probabilmente riuscirà a creare una situazione ingovernabile in Senato (il PD, vincendo in tutte le regioni, tranne Lombardia e Veneto – tradizionalmente a maggioranza di centrodestra, non avrà la maggioranza dei senatori, Calderoli era un genio incompreso…), Monti sfrutterà lo stallo e l’influenza della BCE per strappare un nuovo incarico di Governo. Gli unici che non avranno vantaggi da questa legge elettorale sono i partiti che non erano presenti in Parlamento e quindi si appendono.

Partiti che si pensa portino un po’ di novità e di pulizia, e infatti le novità ci sono: nuovi modi di lamentarsi e fare scena. Il maestro del vittimismo è sempre il Papi nazionale, su quello non c’è gara, ma Beppe Grillo lo tallona. È stato depositato un simbolo molto simile a quello del movimento 5 stelle, Grillo se ne accorge e monta un casino, parla di complotto e dice che se non verrà ritirato non presenterà la sua lista alle elezioni. Ci sono simboli molto simili anche a quelli di Ingroia e Monti (qui si tratta di classe, hanno dovuto trovare anche un povero cristo che si chiamasse pure lui Monti e lo hanno convinto a candidarsi), ma loro due non hanno fatto polemiche perché è palese che per queste liste civetta è praticamente impossibile raccogliere le firme per poter presentare le liste, quindi il problema non esiste, se Grillo non lo sa qualcuno dovrebbe spiegarglielo, se invece lo sa si potrebbe pensare che lo faccia per attirare l’attenzione (se poi lui stesso è anche il titolare del simbolo pezzotto uno il pensierino ce lo fa…) e scatenare un altro po’ di populismo a gratis.

Ma la cosa più sconcertante, passata colpevolmente in secondo piano, è l’apertura di Grillo ai fascisti di Casapound. Se sei democratico e vuoi partecipare al processo democratico, non dici a persone che credono in un’ideologia palesemente anti democratica che se vogliono sono i benvenuti, se lo fai o sei tu stesso un fascista che crede nella dittatura o hai problemi di coerenza coi tuoi pensieri. In ogni caso, io uno così non lo voterei.

Resta Ingroia che, ad ora, è l’unico che potrei votare (per disperazione, più che altro) ma si parla di presenza massiccia nelle liste di esponenti di Rifondazione, Comunisti Italiani, Italia dei Valori, partiti che hanno fallito, che non hanno più niente da dire o che non voterei per lontananza ideologica. Uno scenario sconfortante.

Ma la cosa più sconfortante e involontariamente comica è la massa di persone che hanno fatto la nottata per poter depositare i simboli più assurdi, da “Forza Evasori” a “Forza Roma”, fino ad arrivare al paradossale “Io non voto”. Se Berlusconi col teatrino da Santoro ha guadagnato voti è perché ci sono milioni di persone che pensano sia un figo, se pensiamo che gli elettori siano tutti di Sinistra e moralmente ineccepibili non riusciremo mai a capire il perché di anni e anni di sconfitte.

7 scene in cui il nazifascismo viene preso a pesci in faccia

Mimimmo

Sono tornati i professionisti del “si stava meglio quando si stava peggio”, gli irriducibili (spesso ventenni) del “quando c’era lui”, seguito dal sospirone nostalgico (ripeto, ventenni), i fedelissimi di “almeno i treni arrivavano in orario”. Insomma, il fascismo (neo-fascismo, nuova Destra, terza via, tutte stronzate: è sempre il solito vecchio orribile fascismo. Punto) sta raccogliendo consensi tra giovani e giovanissimi che postano foto del mascellone su Facebook, vogliono bruciare gli zingari, dicono che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani e che quando c’era lui i treni arrivavano in orario (ché alla fine sempre lì si va a finire, l’unica cosa certa del ventennio è che i treni erano puntuali e questo faceva di noi un grande paese e bilanciava l’omicidio Matteotti, le leggi razziali e il suicidio bellico della seconda guerra mondiale).

Per contrastare questa deriva di estrema destra l’unica soluzione possibile è la presa in giro tramite l’arte e le risate, soprattutto le risate. Quindi ecco una selezione di scene di film e serie tv che riducono il nazifascismo a quello che realmente è: un errore della Storia (con molti colpevoli) che non dovrebbe ripetersi più e che merita il massimo sberleffo. Valgono le solite regole per i visitatori con la coda di paglia: militanti di Forza Nuova, Casapound e giovani fascistelli, quello che segue non vi piacerà ma, per usare un vostro classico, “Me ne frego!”. Si comincia!

La prima scena è tratta da Fascisti su Marte, film diretto da Corrado Guzzanti e Igor Skofic, nato da alcuni sketch che prendevano in giro l’imperialismo italiano del ventennio, ché voi non lo sapete ma l’Italia è arrivata su Marte decenni prima degli ammerigani, alla faccia loro!

La scena in questione racconta l’atterraggio dell’intrepido equipaggio e di un piccolo problema non previsto. Sì, insomma, appena arrivati sul pianeta rosso, le camicie nere si rendono conto che non c’è ossigeno, ma risolvono il problema in un modo esemplare: fanno finta che non esiste, insegnamento per generazioni di politici.

Con la seconda scena si rimane nel cinema italiano, stavolta la pellicola è I due marescialli (Sergio Corbucci, 1961) in cui Totò trova il pretesto buono per prendere a pernacchie (letteralmente!) un ufficiale nazista e un gerarca fascista che non brillano per acume.

Il fascismo è considerato (male) anche all’estero, nel bellissimo Porco Rosso (di cui ho scritto un po’ di tempo fa e che si DEVE vedere) del Maestro Miyazaki, ambientato in Italia negli anni ’30, è presente una battuta che è una pietra miliare:

L’antifascismo in quattro parole.

Non si può citare il fascismo senza nominare Hitler e hai voglia a dire che Mussolini non voleva allearsi coi nazisti e che non ha responsabilità nelle deportazioni nei campi di concentramento, non si può dire prima di tutto perché si tratta di cazzate belle e buone, e poi perché nazismo e fascismo hanno molti tratti in comune, soprattutto il fatto di sentirsi superiori solo perché si è nati in un posto piuttosto che in un altro o perché si ha la pelle di un determinato colore, e la repressione delle idee e dei comportamenti non tollerati eliminando la libertà di espressione. La stessa merda, in pratica.

Dunque ecco una scena fortemente antifascista tratta da una serie tv di cui ormai sono dipendente. Si tratta di Doctor Who e nello specifico dello spettacolare Let’s Kill Hitler, ottavo episodio della sesta stagione della serie nuova in cui il Dottore, Amy, Rory e quella psicopatica di Mels si ritrovano nell’ufficio di Hitler proprio mentre qualcuno tenta di ucciderlo prima del previsto, il loro ingresso in scena salva il Fuhrer che decide comunque di sparare al suo assassino ma non fa i conti con Rory, che prima gli rifila un cazzotto degno del miglior Bud Spencer, poi gli dice di chiudere il becco e infine lo sbatte in uno sgabuzzino, dove rimarrà fino alla fine dell’episodio.

MOMENTO. PIU’. EPICO. DI. SEMPRE.

Sempre nello stesso episodio River Song risponde alla domanda che penso tutti si siano posti in un certo momento della propria vita: “Cosa farei se mi trovassi nella Berlino del 1938 con una pattuglia di SS di fronte e mi fossi appena rigenerato?” (n.d.b.: questa la capiscono solo i Whovian.)

Che domande! Direi queste parole:

Beh, stavo andando al bar mitzvah di uno zingaro gay handicappato, quando all’improvviso ho pensato, “Caspita,il Terzo Reich e’ proprio una schifezza. Credo che andrò ad uccidere il Fuhrer.”

Ed infatti:

MOMENTO. PIU’. EPICO. DI. SEMPRE. II.

Per finire due scene ENORMI tratte da film statunitensi.

La prima è l’ormai classica scena del massacro di nazisti nel cinema, tratta da Bastardi senza gloria, del Maestro (e sono due in un solo post) Quentin Tarantino.

Prima che comincino le lezioni di Storia: lo so che Hitler non è morto in un cinema ma quelli che criticano la non verosimiglianza di quella scena dovrebbero prima di tutto evitare di guardare film, dedicandosi solo ai documentari, e soprattutto non hanno colto l’immenso significato simbolico della scena: il nazismo, esempio pratico di quanto può essere crudele l’uomo e di quanto può essere simile ad una bestia, che viene sterminato in un cinema e grazie al cinema, luogo dell’arte e dell’intelligenza umana. Davvero non vi vengono i brividi? Forse vi conviene riprovare:

Infine, quella che è forse la scena di antifascismo più elementare e diretta di sempre, talmente diretta che non c’è manco bisogno di commento:

(E alla fine si sente anche l’inizio di Boom Boom di John Lee Hooker. ‘Sti cazzi!)

Il popolo colpevole

I Rom mi sono simpatici, quando sento di gente che accusa un Rom per un crimine mi schiero dalla parte del Rom.

I Rom non piacciono quasi a nessuno, il 99% degli italiani odia i Rom, e nel 99% sono compresi quelli che dicono di essere di sinistra e che ogni anno condividono i link su Facebook per festeggiare il 25 aprile.

Se sei nazista o fascista è facile odiare i Rom, hai già provato a sterminarli una volta e non sei riuscito a completare l’opera, ci credo che ce li hai sullo stomaco; se sei di sinistra dovrebbe già essere più difficile, ma le persone che votano SEL e che odiano gli zingari ci sono, purtroppo. Penso sia una cosa totalmente assurda,  l’unica spiegazione è che non sono di sinistra, non ne vedo altre.

A me i Rom stanno simpatici perché sono l’ultimo anello della catena di tolleranza. Ormai i polacchi, i maghrebini, i senegalesi sono “tollerati”, i Rom no. Se c’è uno stupro, la prima cosa da fare è incendiare il campo Rom, mi sfugge la concatenazione logica tra questi eventi, ma funziona così.

I Rom rubano, violentano, uccidono, è vero, sono cose che fanno anche gli inglesi, i francesi o gli italiani, ma loro sono colpevoli a prescindere, fino a prova contraria e comunque non prima del rogo.

Si portano sulle spalle tutti i crimini del mondo, sono i sommi capri espiatori, ed è difficile vivere con una tale spada di Damocle sulla testa, ogni volta che un Rom commette un crimine mette a rischio l’esistenza del proprio popolo, è una responsabilità immensa, insostenibile.

Sono gli antieroi per eccellenza, come si fa a non amarli?

V for Vendetta (Alan Moore – David Lloyd, 1982 – 1985)

Una delle cose più incredibili che abbia mai letto e visto, una storia che contiene tante altre storie e parla di molti argomenti.

Innanzitutto è la storia di un’utopia, del sogno anarchico di V, deciso a distruggere l’ordine imposto dal partito fascista, per permettere la creazione di un ordine volontario, senza padroni.

È la storia di Evey Hammond, sedicenne orfana salvata da V e da lui istruita e iniziata all’anarchia.

È la somma di tante altre storie, di persone intrappolate nella prigione di uno stato totalitario, alcune se ne nutrono e lo alimentano, altre riusciranno a fuggirne.

I due personaggi principali sono eccezionali, il loro rapporto è uno dei punti di forza del fumetto, tanto è flemmatico, paziente e lucido V quanto è nervosa e frenetica Evey.

Il risultato finale è una graphic novel che ha pochi momenti di stanca, in cui ogni frase, ogni sequenza, ogni vignetta sembra essere definitiva, racconta di come è facile perdere la libertà e di come sia difficile (se non impossibile) riprendersela, racconta la crescita di una persona, della necessità di imparare prima di agire, del fatto che “Giustizia nulla significa senza Libertà”.

Porco Rosso (Miyazaki Hayao, 1992)

Dalmazia, Grande Depressione. Marco Pagot è un ex pilota dell’aviazione militare italiana riciclatosi come cacciatore di taglie che, per qualche strana maledizione, ha le sembianze di un maiale.

Si guadagna da vivere impedendo le scorribande dei ”Pirati dell’aria” nell’Adriatico a bordo di un idrovolante di colore rosso, finché un giorno l’aereo viene gravemente danneggiato in uno scontro col pilota americano Donald Curtis, assoldato dai pirati per eliminarlo.
In seguito all’incidente decide di far riparare e potenziare l’idrovolante alla Piccolo SPA, ma qui lo accoglie una sorpresa: l’ingegnere a capo del progetto che farà tornare in volo il Porco Rosso sarà Fio, una ragazza diciassettenne.

Ero a conoscenza della passione di Miyazaki per l’aviazione ma questo film, che è un vero tributo al volo e ai piloti, è comunque sorprendente, la tematica ecologista cara al regista giapponese è accantonata e la storia è abbastanza realistica, fatta eccezione per la maledizione che ha trasformato Marco in un maiale. Sotto l’aspetto cinematografico è, come al solito, splendido.

Chi pensa che il cinema di Miyazaki non sia “vero cinema” dovrebbe guardare almeno due scene di questo film, capaci di lasciare a bocca aperta e di commuovere: la prima è lo spettacolare primo volo dell’idrovolante da un canale, dopo il lavoro fatto dalle donne della Piccolo SPA.
La seconda è il racconto della battaglia in cui, forse, il pilota è diventato un maiale; si tratta di uno scontro della prima guerra mondiale tra aerei italiani e tedeschi, la fine sembra vicina ma all’improvviso Marco si ritrova a volare sopra una nuvola bianca e in cielo c’è una striscia sottile, avvicinandosi si rende conto che la striscia è formata da tutti gli aerei pilotati dagli aviatori morti durante la Grande Guerra, senza distinzione di nazionalità, mentre si avvicina al paradiso dei piloti riprende conoscenza e si ritrova vivo in mare.

Non manca una vena di satira, il film è ambientato, anche, in Italia, nel periodo del governo fascista a cui il regista giapponese riserva una battuta “definitiva” del Porco Rosso.

Il pilota si trova in un cinema con un suo vecchio amico, diventato maggiore della Regia Aeronautica, che lo informa del fatto che i fascisti sono sulle sue tracce e gli propone di ritornare nell’aviazione militare.

La risposta è da scolpire nel marmo per le generazioni future: “Piuttosto che diventare fascista, è meglio essere un maiale”