“Prendetela come una metafora”

Prendetela come una metafora, se la cosa vi fa sentire meglio. Le religioni sono per definizione delle metafore, dopotutto: Dio è un sogno, una speranza, una donna, un ironista, un padre, una città, una casa più grande, un orologiaio che ha perso il suo prezioso cronometro nel deserto, qualcuno che vi ama, o addirittura, contro ogni evidenza, un essere celeste il cui unico obiettivo è fare in modo che la vostra squadra di calcio o il vostro esercito vincano, oppure che i vostri problemi professionali o matrimoniali si risolvano e che voi possiate prosperare trionfando su ogni difficoltà.

Le religioni sono punti di osservazione che condizionano le vostre azioni, posizioni di vantaggio da cui osservare il mondo.

Neil Gaiman, “American Gods”

Bandiera bianca

Arriva un momento prima o poi in cui ti rendi conto che, nonostante tu sia nel giusto, non riuscirai ad avere ragione. E la causa principale di questa situazione snervante e avvilente è l’ignoranza. E l’ottusità, pure. Allora ti arrendi, mandi tutto e tutti al diavolo e lasci, abbandoni, perdi. Perdi perché contro gli ottusi ignoranti non puoi mai vincere, non c’è possibilità.

Una sensazione tale di sconfitta inevitabile l’ho provata ieri, guardando la manifestazione abusiva dell’abusivo per definizione, e soprattutto la gente che c’era e che continua a sostenerlo. Mi sono reso conto che sono sempre le stesse persone, li ho visti, li conosco e riconosco quelle cadenze e quei gesti. Riconosco quei maglioncini sul collo, quei doppiopetti, la signora che dice con tono aggressivo “Ho ragione?”, quella che “chi sono questi cinque che possono decidere se dieci milioni hanno già deciso?” e che per riflesso vorrebbe abolire il potere giudiziario, quella che non sa per cosa sia stato condannato ma sa che sicuramente è innocente, per una sorta di dogma. Rivedo lo stile cafone e poco elegante delle ragazze e delle donne che lo venerano, quelle che vanno in giro col cane nella borsa, che hanno come aspirazione lavorare in tv, anzi non fare un cazzo, ma farlo in televisione.

Non ho sentito ma credo che ci fossero quelli che ammirano il vero Berlusconi, l’imbroglione, quelli che vorrebbero essere come lui perché froda il fisco, perché ha un sacco di donne, perché è bravo a raccontare le barzellette, perché prende in giro le donne brutte e i poveri e i terremotati. Quelli che, almeno una volta nella vita, vogliono sentirsi superiori e se la prendono con gli ultimi livelli della società perché sono incazzati e devono dare la colpa a qualcuno. Quelli che lo vedono come idolo perché è bello essere ricchi, arroganti, belli e sfottere tutti quelli che non lo sono.

Le persone che ieri erano lì non c’erano solo perché pagati, 10 euro per una giornata con 40 gradi percepiti non sono un grande investimento, quella è gente che ci crede davvero, che vede quello che vorrebbe essere, il proprio idolo. Persone che, come Schifani, Brunetta, Capezzone e lecchini vari non si vergognano a chiedere la grazia per un anno di domiciliari (ché non ci pensa nemmeno ai servizi sociali, ché sarà anche il presidente operaio ma non si mischia con la feccia) mentre ci sono migliaia di detenuti che sono in carcere per reati necessari alla sopravvivenza (rubare cibo, non evadere milioni di tasse) e che nel carcere ci muoiono davvero, prima del fine pena.

Ormai tutti hanno capito che il problema è il berlusconismo, prima di Berlusconi stesso. ll berlusconismo che c’era prima di Berlusconi e che il frodatore di Arcore ha solo legittimato, queste persone che dieci anni fa pensavamo sarebbero rinsavite di colpo dopo qualche sentenza, credevamo che non capissero per l’informazione manipolata. Ci sbagliavamo, questi non capiscono perché non capiscono, oppure perché gli va semplicemente bene così, con la Ferrari senza bollo, con quattro appartamenti senza IMU da pagare e con la figlia ignorante ma gnocca che la dà al capo e fa carriera.

Ottusi e ignoranti, contro questi non puoi vincere.

Doctor Who 2×04 – The Girl in the Fireplace (Steven Moffat, 2006)

Avete presente le ossessioni? Quelle cose a cui non puoi fare a meno di pensare, che iniziano a diventare il tuo unico argomento di discussione e che dopo qualche settimana iniziano a diventare un ossessione anche per gli altri, parenti, amici, conoscenti, che ti ascoltano mentre ne parli e non ne possono più di sentirti dire sempre le stesse cose? Ossessione positiva, naturalmente, che implica il non nuocere ad altre persone se non stressandole pesantemente parlando sempre e solo dello stesso maledetto argomento.

Ecco, da quasi un anno a questa parte la mia ossessione è diventata questa serie inglese di “fantascienza” (con le virgolette, perché uno come Neil Gaiman non sarebbe totalmente d’accordo con questa definizione, e chi sono io per smentire Gaiman?) che si appresta a festeggiare i 50 anni dal primo episodio, quella il cui cast cambia totalmente più o meno ogni 4-5 anni, fatta eccezione per l’unico personaggio rimasto uguale, almeno all’esterno, ovvero quella meravigliosa e magica cabina blu che viaggia nel tempo e nello spazio.

La mia ossessione, per ora, mi ha permesso di: vedere tutto della serie nuova, cominciare il recupero della serie classica cercando di seguire un rigoroso quanto assurdo ordine cronologico, rivedere puntante già viste con criteri decisamente casuali. Capita così di ritrovare un episodio della seconda stagione della nuova serie e notare che non è invecchiato per niente, che è rimasto sempre lo stesso bellissimo episodio come la prima volta che l’hai visto.

La puntata in questione, come da titolo del post, è The Girl in the Fireplace scritto dallo sceneggiatore più amato e al contempo odiato (anche dalle stesse persone) del pianeta, ovvero Steven Moffat che ora è showrunner ma all’epoca scriveva un solo episodio a stagione e quell’episodio era puntualmente il migliore. Sempre.

Ma The Girl in the Fireplace ha un’altra particolarità: è un episodio piuttosto trascurato, quando si citano i migliori di Moffat, forse perché si trova tra il primo, magico, The Empty Child e la meraviglia delle meraviglie Blink, forse perché è della seconda stagione, quella del (quasi) addio a Rose, forse perché è ambientato anche in Francia e ci sono personaggi francesi; non lo conosco il motivo, resta il fatto che secondo me è meno acclamato di quanto meriti.

Eppure è un gioiello più unico che raro, una storia in cui ognuno cerca di fare il suo dovere ma proprio per questo crea casini e dolore, in cui ci si rende conto che si può anche avere una macchina del tempo ed essere quasi immortale ma basta un attimo, una finestra rotta, e resti bloccato per sempre “sulla strada lenta”, in cui è chiaro che le cose sfuggono di mano in un momento e alla fine resti da solo, sia che ti trovi nella Francia del 1700 o in un astronave del 50° secolo.

La storia è bellissima, ci sono le solite ossessioni temporali di Moffat (e un tema, quello dell’attesa, ripreso poi con Amy, “The Girl Who Waited”), stavolta sotto forma di finestre temporali sulla vita di una ragazza. Il Dottore (interpretato da David Tennant, nel ruolo del Decimo), Rose Tyler e Mickey Smith si ritrovano su una stazione spaziale ridotta ad un rottame, ma dalla quale sono stati aperti dei passaggi per la Francia pre-rivoluzione e, nello specifico, per alcuni momenti della vita di Reinette Poisson, più famosa ai posteri come Madame de Pompadour. L’equipaggio “robotico” della nave fa quello per cui è programmato, effettuare la manutenzione, e per farlo recupera i pezzi dall’equipaggio umano. L’unico pezzo mancante è il cervello e l’unico compatibile è proprio quello della favorita di Luigi XV, nell’età di 37 anni.

Il finale non è un happy ending, quando tutto sembra risolversi per il meglio ecco una connessione temporale lasca che ti fa arrivare troppo tardi all’appuntamento e non puoi fare niente, neanche se hai una macchina del tempo, perché le leggi temporali sono quello che sono e leggendo l’ultima lettera di Reinette hai creato uno di quei maledetti e odiosi punti fissi nel tempo.

Alla fine resta in sospeso solo il motivo per il quale l’equipaggio di una stazione spaziale dell’anno 5000 avesse bisogno proprio del cervello di una cortigiana del 18° secolo, ma a Moffat, che in Doctor Who non è mai stato così essenziale, delicato e intimista, e probabilmente non lo sarà mai più, basta solo un’ultima, bellissima, scena senza parole, sottolineata da uno struggente carillon, per dare un senso a questo ultimo mistero.

4 canzoni davvero tristi – Episodio 1

Il blues non serve a farti stare meglio, il blues serve a far star peggio chi ti ascolta.

Sono circa le nove di sera, sei a casa e sei appena tornato da poco dall’ufficio dopo una giornata di lavoro terribile e snervante. Per giunta è mercoledì, sei nel bel mezzo della settimana e non se ne vede la fine; tra qualche ora andrai a letto, ti addormenterai e un attimo dopo sarai sveglio per una nuova giornata di lavoro. Snervante. E terribile.

Tutto quello che una persona sana di mente dovrebbe fare, a questo punto, in questo momento della giornata, è rilassarsi, recuperare temporaneamente i nervi, magari ascoltando un po’ di musica. Bene, lo fai e metti su un disco, quello che stai ascoltando in quel periodo e del quale non riesci a fare a meno e che si chiama, per uno scherzo del destino o più ragionevolmente per puro caso, I Could Live in Hope.

I Could Live in Hope è un disco famoso fondamentalmente per un paio di motivi. Primo: è semplicemente meraviglioso. Secondo: è triste, tristissimo, tanto triste quanto bello. Allora recuperi un attimo di lucidità e comprendi il paradosso che si sta creando: il momento più atteso della giornata è una cura di tristezza. Eppure sei felice, sei felice di essere un po’ più triste. Continua a leggere

Doctor Who 7×13 – The Name of the Doctor (Steven Moffat, 2013)

Sconvolgente. Uno dei pre-sigla più belli e accattivanti che ricordi, di quelli che ti lasciano a bocca aperta per minuti, che potresti vedere all’infinito senza stancarti mai e poi finisce che lo fai per davvero. L’inizio di un episodio che aveva un compito mica da poco: risolvere il mistero della stagione, introdurre lo special del cinquantenario di novembre, portare il Dottore nell’unico luogo in cui un viaggiatore del tempo non dovrebbe mai e poi mai andare, ovvero la sua tomba, ovvero Trenzelore. E quando dici Trenzelore pensi al finale della scorsa stagione, alla Domanda, alla caduta dell’Undicesimo, al Silenzio, al titolo dell’episodio. Verrà svelato il nome del Dottore? Verrà fatto il grande passo che renderà inutile il titolo della serie? Moffat è impazzito e vuole far chiudere lo show e rischiare la vita? Le risposte ci sono, ma prima di parlarne meglio mettere un bel avviso di SPOILER.

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Doctor Who 7×07 – The Rings of Akhaten (Neil Cross, 2013)

“La foglia più importante della storia dell’umanità”

Piccolo riassunto di questa stagione. Abbiamo perso i Pond.  Abbiamo capito che la Clara dell’800 e la Oswin di Asylum of the Daleks sono la stessa, impossibile persona (ed entrambe hanno fatto una brutta fine). Abbiamo visto il Dottore esiliarsi in un monastero come Everett Ducklair per cercare di risolvere il mistero. Abbiamo visto una terza Clara, ignara delle sue precedenti (o successive?) versioni, che non riesce a collegarsi ad internet e, chiamando l’assistenza, si mette in contatto col suddetto finto monaco. Li abbiamo osservati entrambi mentre salvano la Terra da un malefico Wi-Fi, poi rivelatosi essere un’arma della Grande Intelligenza, e li abbiamo lasciati col Dottore che le proponeva di viaggiare insieme, nel tempo e nello spazio.

Ora, data la scontata risposta all’ultima proposta ci resta solo da capire chi diavolo è Clara, ed ecco che ti piomba tra capo e collo un episodio apparentemente filler, ambientato su di un asteroide orbitante con una bambina in fuga. Personalmente ero convinto che sarebbe stato davvero un riempitivo e quindi speravo in una storia bellissima, a sé stante, ma bellissima. Invece questa serie meravigliosa tira ancora fuori un coniglio dal cilindro e ne esce fuori un episodio spiazzante, che fonde la trama della stagione a quella del singolo episodio in modo incredibilmente naturale. Continua a leggere

Essere di sinistra e pregiudizi musicali (ovvero: io e gli Offlaga Disco Pax)

Offlaga Disco Pax e LeninDovrei aver ascoltato per la prima volta gli Offlaga Disco Pax nel 2005 (al massimo 2006), quando uscì Socialismo tascabile, in quei tempi facevo ancora parte della categoria “studente” e stavo per passare alla sotto categoria “universitario”. In quella zona temporale, infatti, ci sono stati i seguenti avvenimenti più o meno personali: esame di maturità, iscrizione alla facoltà di Informatica, vittoria dei mondiali di calcio, vittoria del centrosinistra alle politiche. Nonostante i punti di riferimento siano abbastanza nitidi non riesco a posizionare esattamente il giorno, ma in uno di quelli compresi in quell’intervallo delimitato dai suddetti eventi, vidi il videoclip di Robespierre e mi ricordo che mi divertii. E basta. Non ci fu nessun colpo di fulmine.

A quei tempi mi ero già reso conto di essere di sinistra, la toponomastica di Cavriago mi entusiasmava ma non più di tanto, ché sono cresciuto in un paese in cui c’era (e forse c’è ancora, chi può saperlo) via Jurij Gagarin, cosmonauta e comunista, doppio eroe personale. Quello che mi frenava dall’amare incondizionatamente quel pezzo era il fatto che il cantante avesse un grosso difetto, semplicemente non cantava. Era il periodo più talebano del mio amore per la musica: basso, batteria, chitarra e voce gli unici strumenti accettati, niente sintetizzatori, niente trucchi, guardavo la musica elettronica come un prete guarderebbe due uomini (o due donne) che si baciano. Avevo enormi pregiudizi verso altri tipi di musica, evidentemente non ero ancora, davvero, di sinistra.

Poi sono cambiato, ho scoperto che non bisogna disprezzare quello che non è rock, diretto e duro, sono cresciuto, ho imparato a comprendere gli altri, la Chiesa ancora no, ma per una serie di concause sono ritornato agli Offlaga Disco Pax visti su Mtv anni prima, quando il pomeriggio non avevo un cazzo da fare. Sono partito dall’inizio: da Kappler, la prima traccia di Socialismo tascabile. E già da quel brano ho capito la grandezza di questo fantastico gruppo, perché c’è tutto: testi di valore letterario, musica eccezionale, un racconto potente ed emozionante; Max Collini parla, ma ora so che il non cantare non è un difetto, e che non si tratta semplicemente di parlare su di una base, è molto più difficile di quello che sembra.

E poi i temi e il modo in cui sono raccontati, in molte canzoni la politica, questo amore sconfinato e naturale per la sinistra, non è il tema. Essere di sinistra a Cavriago è la normalità, le storie di vita comune sono molto più interessanti: la ragazza rivoluzionaria che sconvolge un ragazzo più grande, le Cinnamon che non ci sono più, il venditore di dischi saccente e scassapalle, la separazione dalla propria ragazza (ma senza scenate e senza lasciare strascichi perché “bisogna avere stile, anche nei momenti peggiori”), queste storie apparentemente scontate diventano davvero emozionanti e il socialismo è il terreno che le fa crescere e le rende più potenti e vive, oltre naturalmente alla bellissima scrittura di Collini e al genio musicale di Carretti e Fontanelli (il valzer infernale di Khmer Rossa, le citazioni dei CCCP, la quotidianità di Kappler, la tristezza di De Fonseca); ascolti questo disco e ti rendi conto che i tre sono una cosa sola, come solo i grandi gruppi sanno essere. E su tutto Tatranky, la mia traccia preferita di Socialismo tascabile, la fine di un’epoca e di un sogno, sul “C’hanno davvero preso tutto” e la seguente coda strumentale rischio sempre di lasciarci qualche lacrima.

Dopo averlo ascoltato un paio di volte mi accorgo che è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche perché per me è facile entrare ed accettare questo mondo, in cui il busto di Lenin piange per la stupidità della gente che crede alla Madonna che piange a sua volta e “stupendo e irrinunciabile come un 25 aprile” è una delle metafore più belle e azzeccate per descrivere la prima volta. Mi sembra tutto spontaneo e giusto, mi sento a casa.

Qualche giorno fa ho ascoltato anche Bachelite, non mi ha meravigliato come il precedente ma Sensibile è da brividi, Venti minuti una delle canzoni più commoventi mai ascoltate e c’è qualche altro colpo di genio sparso per il disco, crescerà con gli ascolti, non ho dubbi, ma mi basta sentire parole come queste:

Per evitare di confondere la sensibilità con l’eversione fascista e stragista, stabiliremo dei limiti. Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili. E tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro da cui ci dissociamo anche per l’uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario. La signora Mambro e il camerata Fioravanti sono fuori di galera. Fa male ammettere che al momento vincono due a zero.

per sentirmi compreso. In questo caso, a che cazzo serve cantare, non lo so proprio.

MAUS (Art Spiegelman, 1991)

È il giorno della memoria. I social network sono pieni di citazioni sulla Shoah, la maggior parte contro la follia nazista, tratte da libri, film, musica, cultura. In quel periodo sto leggendo MAUS di Art Spiegelman, sono più o meno a metà, prima ancora dell’arrivo ad Auschwitz, ma so già che quel libro diventerà uno dei miei preferiti sull’argomento, in quel momento so già che è una delle cose più potenti mai scritte contro l’Olocausto.

Eppure ho qualche dubbio sull’effettiva efficacia di questa vera e propria opera d’arte contro la nuova deriva nazifascista, penso che in fin dei conti cambi poco o nulla. Voglio dire che questi neo-fascisti un po’ li conosco, leggo i loro deliri su Twitter e Facebook, le notizie sui giornali, le sparate dei politici lanciate per raccattare qualche voto da quel serbatoio, con qualcuno ho tentato di avere delle discussioni e sono giunto alla seguente conclusione: se ne fottono della Storia e della Cultura, è gente che legge il Mein Kampf come un manuale politico ed è convinta che il diario di Anna Frank sia un falso storico, in parole povere, sono convinti che Hitler sia stato un grande statista proprio perché ha tentato di uccidere tutti gli ebrei, i rom, gli omosessuali e i comunisti, per loro non è un errore, ma un merito. Con questi personaggi c’è poco da fare, l’unico modo per ridimensionarli è la presa in giro.

Poi ci sono quelli che parlano per sentito dire, quelli che Mussolini è stato obbligato ad allearsi con Hitler, quelli che forse non è tutto vero quello che si dice sui lager, che gli ebrei in fondo sono una “razza” furba e hanno romanzato il tutto. A questi puoi provare a fargli leggere Se questo è un uomo o Madre Notte, ma il risultato sarà nullo, prima di tutto perché la maggior parte di loro è composta da persone che non leggeranno mai un libro (in fondo per dire certe cose devi aver perso qualche lezione di Storia e non aver mai cercato di recuperare) e poi perché la scampano sempre con “tutto falso, esagerato!”, senza possibilità di discussione, fascisti, appunto.

E allora mi convinco che MAUS è sì un grande libro, ma mentre io mi commuovo, e mi sento anche un po’ in colpa nel leggerlo, so che non cambierà di una virgola le idee di questi neo-imbecilli. Con questa convinzione continuo la lettura e arrivo alla seguente frase:

Guarda quanti libri sono stati scritti sull’Olocausto. A che pro? La gente non è cambiata… Forse ha bisogno di un altro Olocausto, più grande.

e mi rendo conto che MAUS è un libro ancora più grande di quello che pensavo poche vignette prima perché è vero che il protagonista è Vladek Spiegelman, il padre dell’autore, ebreo polacco uscito vivo da Auschwitz, è vero che “sanguina Storia” ma c’è anche Artie, il figlio che ha in cantiere un fumetto sul nazismo e i campi di concentramento e affronta questa impresa sapendo di essere un privilegiato.

Oltre la Storia, c’è il rapporto tra padre e figlio, un rapporto difficile, vivono entrambi negli Stati Uniti, Vladek ha una nuova compagna, dopo il suicidio della madre di Artie (anche lei sopravvissuta al lager), ma la odia e crede che stia con lui solo per spillargli denaro. Vladek è incredibilmente spilorcio, ma non sembra che questo sia dovuto soltanto all’esperienza nel campo di concentramento (“Tanta gente qui è stata in lager, ma nessuno è così tirchio”), ed è addirittura razzista verso i neri.

Artie, invece, sente il peso della vita del padre, il non poter mai essere migliore o bravo quanto lui, perché sopravvivere ad Auschwitz è un’impresa impossibile da eguagliare, è schiacciato anche dall’amore della madre, dal fratello Richieu morto bambino durante il nazismo, prima che lui nascesse. Per la prima parte del libro è solo un comprimario per le scene di vita quotidiana, nella seconda diventa un protagonista, rappresenta la generazione successiva, quella che non ha vissuto l’era di Hitler ma che ne sente ancora le conseguenze e, affiancate al dolore subito dai genitori, diventano un peso terribile da elaborare e gestire.

La vita da sopravvissuto di Vladek si affianca a quella durante il nazismo, la Storia è fedele, la serie di degradazioni subite dagli ebrei è impressionante, uno alla volta cadono tutti i diritti, uno dei momenti più scioccanti si ha quando un bambino polacco guarda Vladek, pensa sia un ebreo e scappa urlando “Aiuto, mamma! Un ebreo!”, ed è ancora più scioccante pensare che scene del genere se ne vedono ancora tante oggi, basta sostituire “ebreo” con “zingaro”.

Le critiche negative lette in giro mi sono sembrate tutte pretestuose o semplicemente stupide, tra le altre: “non si può utilizzare un fumetto per una tragedia simile”, “le persone rappresentate come animali sono un’offesa alle vittime”, “Vladek è l’ideale che avevano i tedeschi degli ebrei”, “i disegni sono brutti”. Sarà, ma l’arrivo di Anja e Vladek di fronte ai cancelli di Auschwitz e la descrizione delle camere a gas e dei forni crematori sono da brividi, il finale con le foto dei parenti morti nei lager e nel ghetto è commovente, con un film o un testo scritto non sarebbe stato possibile provocare le stesse emozioni.

Resto dell’idea che questo libro non cambierà le idee di chi crede che Mussolini sia stato un grande statista e Hitler un eroe, è lo stesso autore a dirlo, penso però che sia una delle cose più belle mai create, arte nel vero senso della parola, che gronda sangue e dolore; è impossibile restare indifferenti di fronte a certe tavole e a seconda della reazione ti rendi conto, davvero, da che parte stai, impossibile fingere.

Famous Blue Raincoat (Jennifer Warnes, 1987)

coverSarebbe interessante analizzare le dinamiche che portano un tizio qualsiasi a diventare un idolo, non per un gruppo o una generazione di persone, quanto per un singolo individuo, capire il modo in cui è stato scoperto un artista, un politico, uno sportivo che poi diventerà un punto di riferimento, non il migliore ma semplicemente il preferito, quello a cui vuoi bene per una serie di motivi che non sai spiegare bene manco tu ma che ti legano ad una persona che non hai mai visto in vita tua, che probabilmente non vedrai mai, ma alla quale sei affezionato. È più di una semplice ammirazione per le cose create e fatte, è una specie di empatia, in qualche modo ti senti affine e perdoni anche le cadute di stile e qualche stronzata, non ti senti solo nel mondo e questo in qualche modo ti basta, sei riconoscente.

Le persone che non conosco ma a cui voglio bene sono diverse, tra gli altri: Alfred Hitchcock, Sergio Leone, Kurt Vonnegut, Cesare Pavese, Leonard Cohen. Quest’ultimo è un caso che sarebbe divertente analizzare, come è possibile che un quasi venticinquenne del sud Italia, abbastanza sedentario, cresciuto con i Nirvana e i Marlene Kuntz di Catartica (ascoltati con vent’anni di ritardo), con idee politiche decisamente di sinistra, abbia come idolo un quasi ottantenne cantante folk, canadese, ebreo, giramondo e praticamente apolitico (ma nel senso più nobile del termine, al limite più di destra che di sinistra)?

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Svolte

Ci sono dei momenti, dei piccoli fugaci istanti, in cui sei consapevole di essere cambiato, di essere un altro te stesso. Osservi il cambiamento, riesci a visualizzarlo in maniera limpida, trasparente e ti rendi conto che sei una persona diversa (migliore, peggiore, uguale, chi può dirlo?) e che tutte le piccole tappe che hanno portato alla svolta ti sono passate davanti inosservate, le hai trascurate colpevolmente.

Le persone cambiano, ma quello che ti meraviglia non è il cambiamento in sé, quando il non rendersene conto, il trovarsi tutto d’un tratto spaesati e confusi; in quel nanosecondo in cui realizzi che sei passato alla fase successiva ricordi come eri in passato, fai un confronto col presente e ti chiedi se sei sempre lo stesso, come è possibile cambiare in maniera così radicale e non accorgertene, se non a metamorfosi ultimata.

Sarà che esiste la Vita, che hai miliardi di miliardi di altre cose a cui pensare, problemi, gioie e stronzate varie; sarà un po’ di autodifesa, il non voler accettare il cambiamento, la nuova persona che sostituirà la vecchia; sarà anche l’essere un po’ lenti e ottusi, fatto sta che di colpo ti trovi estraneo ed è una bella botta. E non è facile da superare, per niente.

Soprattutto, non riesci a vedere la strada che stai imboccando, se stai migliorando oppure sei solo una versione leggermente differente ma ugualmente patetica. Se la versione precedente non fosse per caso migliore dell’attuale, se c’è possibilità di evolversi ancora oppure se sei arrivato al capolinea. Vi capita mai di pensare di essere arrivati? Ora so che la cosa più brutta che possa capitare è il rendersi conto di aver raggiunto i propri limiti, e non ritenerli affatto accettabili, è davvero una brutta sensazione, ma almeno lo so, conosco il mio nemico, e non posso fare niente per combatterlo.