4 canzoni davvero tristi – Episodio 1

Il blues non serve a farti stare meglio, il blues serve a far star peggio chi ti ascolta.

Sono circa le nove di sera, sei a casa e sei appena tornato da poco dall’ufficio dopo una giornata di lavoro terribile e snervante. Per giunta è mercoledì, sei nel bel mezzo della settimana e non se ne vede la fine; tra qualche ora andrai a letto, ti addormenterai e un attimo dopo sarai sveglio per una nuova giornata di lavoro. Snervante. E terribile.

Tutto quello che una persona sana di mente dovrebbe fare, a questo punto, in questo momento della giornata, è rilassarsi, recuperare temporaneamente i nervi, magari ascoltando un po’ di musica. Bene, lo fai e metti su un disco, quello che stai ascoltando in quel periodo e del quale non riesci a fare a meno e che si chiama, per uno scherzo del destino o più ragionevolmente per puro caso, I Could Live in Hope.

I Could Live in Hope è un disco famoso fondamentalmente per un paio di motivi. Primo: è semplicemente meraviglioso. Secondo: è triste, tristissimo, tanto triste quanto bello. Allora recuperi un attimo di lucidità e comprendi il paradosso che si sta creando: il momento più atteso della giornata è una cura di tristezza. Eppure sei felice, sei felice di essere un po’ più triste.

Questa cosa non è una storiella inventata al momento, da usare come preambolo al post, davvero un giorno infrasettimanale sono tornato distrutto a casa e l’unica cosa che desideravo fare era ascoltare uno degli album più oscuri e deprimenti della storia del rock. Mi rendo conto che non è una cosa prettamente logica ma la musica, in fondo, lo è?

In modo abbastanza coerente con questa storia e con la citazione di Gengive Sanguinanti Murphy in apertura del post, inauguro quindi una nuova rubrica che farà la brutta fine di tutte le altre rubriche aperte nei miei blog ma che vale almeno la pena cominciare. La rubrica si chiama “X canzoni davvero tristi” e conterrà un numero variabile (probabilmente X andrà da un minimo di 4 a un massimo di 5) di brani tristi, e per brani tristi intendo canzoni o pezzi strumentali che ti lasciano il male di vivere addosso, che ti segnano, che hai paura di ascoltare ma ne sei attratto lo stesso e non puoi farne a meno. Insomma, cose così:

 

Colors and the Kids – Cat Power

Tratta da un vero e proprio prontuario della tristezza, quella tristezza particolare dei giorni di pioggia passati in casa a rimuginare sugli errori compiuti in passato, pubblicato nel 1998 e intitolato Moon Pix, questa canzone è apparentemente semplicissima: una linea di pianoforte ripetuta per circa sei minuti e la voce incerta e profonda e delicata e fragile di Cat Power. L’incipit è semplicemente geniale nella sua adorabile e disturbante contraddittorietà:

It must be the colors and the kids that keep me alive ’cause the music is boring me to death

ma anche tutto il resto non scherza. Poco altro da aggiungere e sei minuti bellissimi da ascoltare:

Seems so long ago, Nancy – Leonard Cohen

Il secondo brano è uno dei pezzi più famosi del sommo Leonard Cohen, mio artista preferito, idolo personale etc.

Seems so long ago, Nancy è tratta da Songs From a Room (1969), raccolta di canzoni talmente belle e semplici da far spavento, ed è una dedica ad una donna (forse una prostituta) conosciuta da Cohen e trovata morta in casa. Strutturata come la tipica canzone alla Cohen prima maniera: arpeggio bellissimo, testo meraviglioso, voce leggermente titubante sulle note più alte e non ancora trasformata in rasoio arrugginito dal fumo. Un vortice di tristezza, impossibile uscirne indenni.

In The Backseat – Arcade Fire

Da Leonard Cohen ad altra gente di Montréal che ci sa fare con le sette note. In The Backseat è la fantastica canzone finale dell’altrettanto fantastico Funeral. Il titolo del disco è stato scelto in seguito ad una serie di lutti che hanno colpito i componenti del gruppo durante la composizione dell’album. In quel periodo viene a mancare anche la nonna di Regine Chassagne, ovvero il folletto che canta questa canzone, il cui testo semplice e commovente credo parli proprio di questa perdita.

Ho sempre avuto una mia teoria su Funeral, secondo me è la morte vista con gli occhi di un bambino, tutti i brani di questo capolavoro hanno un’atmosfera sognante e magica, sono delle fiabe nere, tutti tranne questo, questo è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza tramite il lutto. Qui si diventa grandi.

Love in Vain – Robert Johnson

Infine, il blues. Se si parla di musica triste non si può fare a meno del blues e Love in Vain di Robert Johnson è una delle canzoni che più mi fa sentire triste. La storia di Johnson è celeberrima, è la tipica storia del bluesman nero tra le due guerre, fatta di difficoltà, alcool, pistole, morte. La differenza con le solite storie è che un giorno Johnson incontra il Diavolo, gli cede l’anima e in cambio ottiene un’abilità sovrumana con le sei corde. Probabilmente non è andata realmente così ma le capacità chitarristiche di Johnson sono davvero soprannaturali.

Love in Vain è una delle 29 canzoni registrate da Johnson prima di fare una brutta fine, è stata omaggiata da personaggi del calibro di Mick Jagger ed Eric Clapton ed è un blues, è musica triste. Musica bellissima, sincera, viscerale. E triste.

 

 

 

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